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Reputation Today n° 41 - giugno 2024


EDITORIALE - "Esseri umani e digitale: una cooperazione possibile" - Isabella Corradini

editoriale

Un discorso incentrato sulla necessità di procedere con uno sviluppo etico dell’intelligenza artificiale, quello che Papa Francesco ha rivolto ai rappresentanti del G7 lo scorso 14 giugno, ricordando l’importanza di rimanere umani e di non affidare il nostro futuro alle macchine, richiamando altresì il ruolo di tutti e soprattutto della politica, perché “spetta ad ognuno farne buon uso e spetta alla politica creare le condizioni perché un tale buon uso sia possibile e fruttuoso”.

Bene che si vada nella direzione giusta, vale a dire considerare l’intelligenza artificiale come uno strumento, e che come tale venga interpretato e usato dall’intelligenza umana. Perché di qualsiasi tecnologia si parli, non si può prescindere dalle persone, le quali – grazie al loro impegno e alla loro creatività – possono e devono cooperare con le tecnologie con il fine di apportare benefici all’intera comunità.

Partiamo da queste considerazioni per sottolineare come nel nostro Paese ci siano progetti e iniziative che testimoniano l’efficacia di tale cooperazione.

Il Museo Nazionale del Cinema, ad esempio, enorme patrimonio di filmati, reperti di scena, libri e dischi di altra epoca, è riuscito a guardare al futuro e alle tecnologie, tanto da far uso della realtà aumentata, della realtà virtuale interattiva, dell’intelligenza artificiale. Un’istituzione che è diventata via via sempre più importante nel panorama culturale del Paese, come ci spiegano il presidente Enzo Ghigo e il direttore Domenico De Gaetano, intervistati in questo numero di Reputation Today.

Un esempio di cooperazione ci viene anche dal mondo della scuola. “Il nostro futuro insieme all’intelligenza artificiale” è stato il tema del concorso di Programma il Futuro, il progetto promosso dal MIM e realizzato dal Laboratorio Informatica e Scuola del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica), perchè di fronte all’avanzare dell’intelligenza artificiale generativa (IAG), è sempre più necessario stimolare la creatività di studenti e studentesse rispetto al loro futuro nel mondo digitale. Il prof. Enrico Nardelli, coordinatore del progetto, ci racconta i primi 10 anni di attività, presentati in un evento tenutosi presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito.

C’è però ancora molto da fare, soprattutto se si guarda alle ragazze.
Pino Donghi, esperto di comunicazione della scienza e progettazione culturale, descrive il panorama italiano, dove abbiamo in primis un problema di laureati e a seguire un problema di laureati STEM, in particolare tra le donne nel Mezzogiorno. Se ne discute meno di quanto si dovrebbe, ed è per questo che il progetto ENI4STEM è partito da questa criticità per far emergere la vera natura del problema, e “per farsi dire cos’ è e dov’è che il percorso decisionale s’inceppa”, nell’iniziativa vengono coinvolte giovani studentesse.

Il tema dei meccanismi decisionali è comunque centrale anche sotto altri profili.
La recente Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD), adottata dal Consiglio dell’UE il 24 maggio 2024, vede le aziende come attori centrali in grado di creare, oltre a lavoro e profitto, uno “spazio condiviso” con al centro le persone, che devono avere un ruolo prioritario nei meccanismi decisionali. Uno spazio che, come spiega l’avvocato Luciana Delfini “deve essere amministrato con politiche affidabili così da permettere l’avvio di un percorso di sviluppo sostenibile duraturo – sia dal punto di vista economico, tecnologico e sia da quello sociale – per garantire il soddisfacimento dei bisogni di oggi, senza compromettere quelli delle generazioni future”.

Un’organizzazione “impegnata”, che sa di avere una responsabilità sociale e ambientale e non solo un profitto da portare a casa, è anche la scelta preferita per i lavoratori, come spiega lo psicoterapeuta e attivista Marco Mozzoni, ricordando però quanto sia importante rendere il lavoro stimolante e sostenibile, puntando sulle leve personali che stimolano il coinvolgimento.

E in tema di sostenibilità, Mauro Matiddi, esperto di reputazione aziendale, si sofferma sul “consumo sostenibile”, dal momento che sempre più le persone si orientano verso acquisti di prodotti e servizi di aziende che prestano attenzione agli impatti ambientali. Senza contare che l’Unione Europea sta preparando norme e regolamenti al fine di arginare il fenomeno del greenwashing.

Infine, un primo bilancio positivo per la Campagna Europea dell’EU-OSHA “Lavoro sicuro nell’era digitale”, che fino al 2025 sarà dedicata alla salute e sicurezza sul lavoro nell’era digitale. È stato appena lanciato il secondo ambito prioritario, l’automazione dei compiti, nel quale viene dato ampio spazio all’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale sui luoghi di lavoro, che possono avere – come qualsiasi altra tecnologia – pro e contro.

Un numero ricco di spunti di riflessione, guardando sempre al futuro con ottimismo.

Buona lettura!

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NEWS

CONCORSO PER STARTUP
È aperta la seconda edizione del “Premio Luce! Startup Inclusiva”, in collaborazione con StartupItalia, destinato alle aziende italiane che più si distinguono per innovazione e ricerca nell’inclusione sociale, nell’affrontare il gender gap, i diritti civili e la sostenibilità. Tra le aziende partecipanti, verranno selezionate 10 startup finaliste da una giuria formata da Rekeep, Luce! e StartupItalia. La cerimonia di premiazione, che si terrà il 19 ottobre nella splendida cornice del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, si inserisce nel Festival di Luce!, giunto alla quarta edizione, dedicato quest’anno alle startup che operano nel campo dell’intelligenza umana e artificiale.
Fino al 7 luglio è ancora possibile candidare la propria startup.
Fonte: https://luce.lanazione.it/eventi/premio-startup-2024/

LE MIGLIORI AZIENDE IN CUI LAVORARE
Per l’edizione 2024 Great Place to Work® ha analizzato i migliori luoghi di lavoro in Italia, stilando anche il Best Workplaces for Women 2024, ovvero la classifica delle aziende migliori in cui lavorare secondo l’opinione delle donne. Per l’indagine, che ha coinvolto oltre 75mila collaboratori e collaboratrici appartenenti a oltre 200 aziende diverse, sono stati utilizzati diversi strumenti tra cui il Trust Index®, che analizza il rapporto tra la qualità di un ambiente di lavoro e il grado di fiducia al suo interno, e il Parity Index, che misura il grado di benessere e soddisfazione delle lavoratrici prendendo in considerazione parità salariale, conciliazione vita-lavoro, meritocrazia, e trasparenza. Sul podio salgono Teleperformance Italia, Biogen Italia e American Express. Tra le 20 migliori aziende in cui lavorare in Italia ce ne sono anche due di piccole dimensioni (tra i 10 e i 49 dipendenti). Come settori, i migliori per le donne sembrano essere quelli delle biotecnologie e della farmaceutica e dei servizi professionali (al primo posto), seguiti dall’industria manifatturiera e della produzione al secondo e dall’IT al terzo.
Fonte: https://gptw.greatplacetowork.it/blog/risorse/employer-branding/classifica-best-workplaces-for-women-2024

PREMIARE L’INNOVAZIONE TECNOLOGICA
La terza edizione del PMI Award, promosso dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi della School of Management del Politecnico di Milano, ha premiato l’innovazione tecnologica. Decine i progetti presentati dalle organizzazioni italiane e 19 i finalisti. Due sono state le aziende vincitrici, Agrioil nel Cilento e Volteco in Veneto, grazie a progetti che, basandosi sull’uso dell’intelligenza artificiale, sono in grado di innovare lavorazioni che affondano nella tradizione legata alla produzione di olio (nel primo caso) ed edilizia (nel secondo). Oltre alle due vincitrici, hanno ricevuto menzioni di onore altre tre aziende, provenienti dal settore della produzione meccanica e dalla logistica: Costruzioni Brescianini (nel Milanese), Furlanis (in Piemonte) e Varo (della provincia di Lecco).
Fonte: https://www.pmi.it/

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L’INTERVISTA - "Conservare e innovare in modo sostenibile" - Conversazione con Enzo Ghigo e Domenico De Gaetano - A cura di Giuseppe de Paoli

Museo del Cinema

“La diversità significa ricchezza, creatività, accettazione”. Parola di Tim Burton, che meno di un mese fa ha proposto con sorprendente successo una sua esposizione creata appositamente per il Museo del Cinema di Torino. Parole validissime anche per descrivere l’attività del Museo (inaugurato il 19 luglio del 2000) che oggi si può considerare una delle più importanti realtà del genere, non solo in Italia.
Il Museo offre un enorme patrimonio di filmati, reperti di scena, libri, dischi e propone la presenza attiva sul territorio con i festival cinematografici, incontri e le master class con artisti di fama internazionale in grado di trasmettere grandi significati.
Una realtà non statica, che guarda al futuro e alle tecnologie, tanto da far uso della realtà aumentata, della realtà virtuale interattiva, dell’intelligenza artificiale ed è diventato via via sempre più importante nel panorama culturale del Paese.

Enzo Ghigo, presidente del Museo Nazionale del Cinema

Quali sono le ricadute sul territorio del Museo Nazionale del Cinema?Enzo Ghigo
Dal punto di vista numerico, è presto detto: 755.000 visitatori nell’anno 2023, che è stato l’anno record. Abbiamo avuto un numero di visitatori medio nel corso di questi ultimi vent’anni che si aggira tra i 500 e 600 mila visitatori all’anno. Siamo l’ottavo museo più visitato a livello nazionale e siamo chiaramente il secondo nella città di Torino. Ma è bene ricordare che il Museo Nazionale del Cinema non è solo un museo del cinema, ma ha ben anche tre festival: CinemAmbiente, Lovers Film Festival e Torino Film Festival. Tre eventi che sono tre veri e propri festival che partono da aprile per quanto riguarda Lovers, per poi passare a giugno per Cinemambiente e a novembre con il Torino Film Festival.

È una ricaduta costante anche sul territorio, che ci viene riconosciuta sia dal punto dei flussi, sia dai dati che le varie associazioni di categoria, dagli albergatori ai commercianti, ci riconoscono e apprezzano le iniziative che noi svolgiamo, tipo la grande mostra di Tim Burton.

Il Ministero aveva espresso la volontà di entrare nel Comitato di Gestione.
È una procedura che richiede del tempo. Noi accettiamo a braccia aperte il Ministero nell’ambito dei soci fondatori.
Questo deve avvenire attraverso una modifica di statuto che già stiamo discutendo con i soci fondatori, Comune e Regione, e gli altri partner, Fondazione CRT, Compagnia di San Paolo e GTT che hanno già espresso parere positivo alle modifiche di statuto.
Io credo che il Museo Nazionale del Cinema debba necessariamente avere al suo interno anche il Ministero dei Beni Culturali, così è anche il desiderio del Ministro Sangiuliano, e credo che questo aspetto possa garantire al nostro museo un posizionamento istituzionale importante e porterà anche un contributo di tipo economico che servirà per sviluppare nuovi aspetti del percorso espositivo del Museo.

 

Domenico De Gaetano, direttore del Museo Nazionale del Cinema

Quanto è importante il legame con le nuove tecnologie?Domenico De Gaetano
Il cinema è da sempre l’arte più strettamente legata alla tecnologia, quindi all’innovazione tecnologica. Non per niente ogni volta che c’è un’innovazione tecnologica da una parte, c’è sempre un ripensamento anche proprio del cinema, del linguaggio cinematografico dall’altra. L’ultimo trauma o shock tecnologico che sta vivendo il cinema è quello dell’intelligenza artificiale, alla quale il museo si è già aperto con l’inserimento della realtà virtuale, con le due salette VR, il videomapping, il metaverso e i videogiochi, perché il nostro è anche un museo di arte contemporanea.

Quali i prossimi passi verso il futuro?
Quello più immediato è sicuramente l’apertura da parte del Museo verso il mondo dei videogiochi un mondo che si sta sviluppando velocemente e popuò dirsi, in un certo senso, un’evoluzione del cinema stesso. Quindi l’idea è di sviluppare e approfondire il rapporto e cinema e videogiochi coinvolgendo anche i qrandi designer del settore. David Cage è il primo, e sarà presenta all’inaugurazione del 2 luglio 2024 del VIDEO GAME ZONE, la nuova area dell’allestimento permanente dedicata al videogioco. Con questa apertura, per noi è come entrare in un nuovo mondo e siamo sicuri che pure per i visitatori sarà un modo per scoprire altri orizzonti e una diversa visione della realtà.
Oltre che essere un museo di arte contemporanea, noi siamo comunque un museo del cinema e quindi un museo “archeologico” che espone oggetti che in qualche modo raccontano storie e che hanno storie da raccontare sui film, sui registi, sugli attori.
Ci sembrava interessante anche documentare il cinema americano hollywoodiano degli ultimi quarant’anni, esponendo dei props, cioè oggetti di scena originali per un certo tipo di cinema e toccando diversi generi, da Man in Black a Harry Potter, da Guerre Stellari all’Uomo Ragno, dai guantoni di Sylvester Stallone alla bacchetta di Harry Potter. Vi aspettiamo.

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PROGRAMMA IL FUTURO - "Intelligenza artificiale e scuola" - Enrico Nardelli

ministero

Nuove sfide educative e percorsi di consapevolezza

Nell’era in cui il progresso tecnologico dell’Intelligenza Artificiale ha aperto un intenso dibattito sul futuro di molte professioni, possedere la competenza informatica costituisce uno strumento essenziale per costruire una società digitale democratica e partecipata.

Ed è proprio sul tema dell’intelligenza artificiale che Programma il Futuro, il progetto promosso dal MIM e realizzato dal Laboratorio Informatica e Scuola del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica) ha organizzato il concorso di questo anno scolastico dal titolo “Il nostro futuro insieme all’intelligenza artificiale”. Di fronte all’avanzare dell’intelligenza artificiale generativa (IAG), infatti, è sempre più necessario stimolare la creatività di studenti e studentesse rispetto al loro futuro nel mondo digitale.
Le “macchine” che l’informatica permette di costruire sono delle vere e proprie “macchine cognitive”, in grado di potenziare le capacità, finora solo esclusivamente umane, di generare nuovi dati e relazioni da quelli esistenti.
La premiazione del concorso, che si è svolta il 12 giugno scorso presso il Ministero dell’Istruzione e del Merito, nella sala Aldo Moro, ha coinvolto 13 classi, dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado. A consegnare i premi sono stati i partner che supportano il progetto, Eni (filantropo) e Seeweb (donatore).
Un’occasione per celebrare anche i dieci anni di attività dell’iniziativa, con tanti traguardi raggiunti: coinvolgimento del 90% degli istituti scolastici, 64.000 iscritti alla piattaforma del progetto, 77 webinar didattici realizzati, 180.000 download delle guide sulla cittadinanza digitale e circa 540.000 visualizzazioni dei video associate alle lezioni.
Per festeggiare questi successi sono state consegnate anche quattro targhe di eccellenza a 4 istituti che hanno vinto almeno quattro volte il concorso durante i dieci anni di progetto.

I temi del concorso sono comunque uno spunto di riflessione anche per i docenti, dal momento che occorre valutare rischi e benefici dell’IA in ambito educativo.
Le macchine dell’IAG, infatti, possono indubbiamente apportare vantaggi, riducendo la fatica legata ad attività cognitivo-razionali di natura ripetitiva. Si pensi, ad esempio, al caso di un docente che vuole generare una serie di compiti per i suoi studenti, che siano diversi l’uno dall’altro ma sullo stesso argomento e con lo stesso livello di difficoltà. O al caso di una persona che vuole sintetizzare gli elementi descrittivi di una sua opera in una serie di slide o diapositive per una breve presentazione.
Non va però dimenticato che le macchine dell’IAG possono essere usate per scopi negativi quali, ad esempio, diffondere informazioni false per ingannare le persone o costruire immagini finte o video artefatti per diffamare o frodare qualcuno.
Nello specifico ambito educativo, una riflessione molto importante da tenere presente è che si apprende anche attraverso la fatica intellettiva di capire il senso, stabilire relazioni e connessioni, provare, sbagliare e correggersi, e che – anche si avessero macchine che non sbagliano mai, ma non è questo il caso – non si educa bene se non si fa svolgere questo allenamento ai propri studenti. Così come nello sport e nelle arti non si conquista e perfeziona la propria disciplina se non attraverso un’applicazione continua e mirata.

Data l’importanza dell’argomento, nel monitoraggio che il Centro Ricerche Themis realizza annualmente per il progetto, una sezione del questionario è stata dedicata all’intelligenza artificiale, al fine di comprendere il punto di vista degli insegnanti. Il campione di 1.133 docenti proviene per il 6% dalla scuola dell’infanzia, per il 56% dalla scuola primaria, per il 28% dalla scuola secondaria di primo grado e per il restante 10%, dalla scuola secondaria di secondo grado.
Dai risultati emerge che una percentuale intorno al 90 per cento (sommando le risposte in positivo “abbastanza” e “molto”, come si vede nei grafici) ritiene utile per la propria preparazione generale conoscere sia i principali concetti dell’IA (apprendimento automatico, reti neurali, …) sia saper usare gli strumenti di IAG.
Una percentuale compresa tra il 75 e il 78 per cento ritiene inoltre che tali concetti e strumenti siano necessari per lo svolgimento delle attività didattiche.
Programma il Futuro si prepara a nuove sfide per soddisfare le esigenze formative dei docenti in materia di digitale. Il progetto si è comunque confermato un vero e proprio precursore, considerando che solo nel novembre 2023 il Consiglio dell’Unione Europea ha raccomandato per la prima volta a tutti gli Stati Membri di promuovere un’istruzione di alta qualità in informatica nella scuola primaria e secondaria fin dall’inizio della scuola dell’obbligo.

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Eni

DALLE AZIENDE - "Lauree STEM: una prospettiva per il futuro" - Pino Donghi

Eni4STEM a Bari

Il problema è reale. Tanti anni fa si sarebbe detto, è politico: e la soluzione, certo, riguarderà anche la politica. Ma andiamo per ordine.
In Italia la percentuale di 30-34enni in possesso di un titolo di studio terziario (dalla laurea in su), è del 26,8%. I laureati, da noi, sono pochi. Da documento del 6 Marzo 2023, di accompagno al report Istat sui livelli di istruzione e ritorni occupazionali aggiornato al 2021 (https://www.istat.it/it/files//2022/10/Livelli-di-istruzione-e-ritorni-occupazionali-anno-2021.pdf ), l’Italia è al penultimo posto Ue27, la cui media è al 41,6 (e con un obbiettivo continentale del 45%, per noi ancor più lontano, considerando che la nostre percentuali sono sostanzialmente invariate da qualche anno). In più: se al Centro-Nord la media dei giovani laureati è del 30% circa, nel Mezzogiorno scende al 20,7: un giovane laureato ogni 5. Se si guarda al sesso, il divario con l’Europa è più marcato per gli uomini: “in Italia possiede un titolo terziario il 20,4% dei giovani (contro media Eu del 36,3), e il 33,3 delle giovani, a fronte di una media europea del 47%”.
Eppure, conclude il documento di presentazione, “l’istruzione premia, e la laurea non è solo un pezzo di carta: il tasso di occupazione dei giovani laureati 30-34enni supera di oltre 12 punti quello dei coetanei diplomati”.
Stringiamo l’obiettivo e arriviamo alle lauree STEM. Al 2021 i giovani adulti con titolo terziario conseguito presso facoltà scientifiche, tecnologiche, e/ingegneristiche e matematiche, sono il 24% (ma il 24 di quello scarso 27% totale, anche se riferito ai 30-34enni… ovvero, grosso modo, un quinto di un terzo!): una quota che sale al 33,7% se riferita agli uomini (un laureato su 3), e scende al 17,6 tra le donne (una laureata su sei). Quanto alla geografia: 36,4 al Nord, 30,8 nel Mezzogiorno.
In estremissima sintesi: in Italia abbiamo un problema di laureati, grande; e poi, a cascata: di quelli STEM, di quelli nel Mezzogiorno, tra le donne. Se ne discute meno di quello che è necessario. E quando si dice, con espressione che a volte suona retorica, che è un problema del sistema paese, si dice, anche, che è un grande problema per il settore produttivo, un problema oggettivo: le imprese, le aziende, il mondo della produzione hanno bisogno di laureati, ancor di più di quelli e quelle con titoli e competenze STEM.
Il problema è reale, appunto. Sicché si usa dire – comunque è buona abitudine pensare - che una domanda sia già una soluzione di primo grado, la soluzione a un problema che si pone: c’è il problema, c’è la domanda che quel problema genera (soluzione di primo livello), c’è sperabilmente la risposta e la soluzione di secondo livello, quella definitiva. Al primo livello, la domanda che il progetto ENI4STEM si è posto è: perché le giovani studentesse, più ancora dei loro coetanei maschi, con difficoltà pensano il loro futuro di formazione, e quindi una conseguente proiezione professionale, nei vari ambiti STEM? Sotto domande articolate: ci sono condizioni e consuetudini sociali di carattere generale che lo impediscono? C’è un ruolo della famiglia, sia pur declinato con le migliori intenzioni, che non gioca a favore? C’è una disattenzione della scuola, un’abitudine un po’ pigra che conferma stereotipi consolidati, fino magari ad un’ attitudine scoraggiante? C’è una pressione dei pari – declinata sui social, ma non solo – che spinge in direzione contraria? C’è un po’ di tutto, magari, ma in che proporzione?

Il progetto ENI4STEM è partito da quei numeri, che sono il problema, e da queste domande, non per proporre una soluzione preconfezionata – che se ci fosse già, a livello sociale e politico, sarebbe colpevole non aver accettato/risolto/ implementato – ma per far emergere la vera natura del problema ab ovo, per arrivare almeno a rispondere agli interrogativi di base, per farsi dire cos’è e dov’è che il percorso decisionale s’inceppa. Le soluzioni, poi, volendo, si trovano.
Farsi dire da chi?
Dalle protagoniste, ovviamente. Detto fatto, con un primo appuntamento pilota, a Ottobre 2023, negli spazi del centro ENI di Castel Gandolfo, ENI4STEM ha raccolto venti giovani studentesse provenienti da Lazio, Campania, Marche, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia ospitandole per un lungo we che doveva essere propedeutico – come è stato – alla scelta di una catena di “azioni relazionali e di comunicazione” che potessero rappresentare l’ossatura di una serie di futuri incontri sul territorio. Ci arriviamo. Ma prima un breve resoconto dell’esperienza pilota.
Sulla consapevolezza del problema, sull’evidenza per cui nella scelta da parte delle ragazze di un percorso di studi in ambito STEM pesino una serie di pregiudizi, non c’è stato gran bisogno di convincere nessuna delle partecipanti: lo sapevano già. Le giovanissime sono chiaramente consapevoli che non esiste alcuna ragione per cui le porte d’ingresso alle facoltà di ingegneria o matematica – per dire delle più ovvie – possano essere sbarrate per le donne, tanto meno che ci sono “mestieri da maschi” per i quali non sarebbero tagliate geneticamente, socialmente, culturalmente, psicologicamente. La lezione sui dati è acquisita: si tratta di un pregiudizio, e illustrare numeri a sostegno può essere anche interessante, ma è il punto di partenza. Di conseguenza, e un po’ indipendentemente dallo specifico focus, si è facilmente compreso che qualsiasi sessione somigliasse troppo ad una lezione frontale, trovava tiepida approvazione: bravo il relatore, interessanti i dati, nuovo l’approccio, ma nella sostanza “l’io-parlo-e-tu-ascolti”, somiglia troppo a ciò che accade a scuola. Poca complicità, ridotta fiducia.
Tutt’altra risposta quando a confrontarsi con le giovani studentesse sono arrivate altrettanto giovani – ma di almeno dieci anni più grandi – professioniste, che hanno raccontato, dialogando, la loro esperienza di ingegnere e matematiche già felicemente impiegate: il ruolo e il confronto con alcune “role models” è stato il momento chiave. Con un’avvertenza: non testimonial seducenti quanto, tendenzialmente inarrivabili (una volta era Rita Levi Montalcini, al momento Samantha Cristoforetti su tutte, per intenderci), non wonder women il cui esempio è certamente folgorante e motivante, ma che ti può far anche chiedere: potrò mai avere quel tipo di determinazione? Sono o sarò mai una da 10, 30, 110 e lode, A-plus quale che sia l’esame? Le role models ingaggiate, al contrario, erano giovani donne con una storia fatta anche di esami mancati, di difficoltà scontate e superate, di pregiudizi affrontati al primo impiego, di motivazioni seguite, poi perse, quindi ritrovate… diciamo, donne in carne e ossa! Credibili, riconoscibili: bingo!
È stato quando ci si è accorti che le nostre ospiti volevano essere attive, e che apprezzavano di poter scambiare l’ideale palco con la platea, che il diaframma si è spezzato e i ruoli si sono ricombinati: il progetto si è messo in ascolto e loro hanno parlato.

Grazie a quel dialogo, ENI4STEM, ha registrato anche una richiesta, piuttosto chiaramente formulata: come ci sia avvicina all’Università? Come si superano i muri delle città universitarie (simbolici, ma in qualche caso effettivi, fatti di mattoni e portoni)? Sì, certo, ci sono i siti, le giornate di orientamento, le testimonianze/consigli di chi ci è già passato: ma che domande si fanno? A chi si possono rivolgere? A chi posso chiedere di aiutarmi a capire quali sono le domande che rappresentano meglio i miei problemi?
Nella fase intermedia – quella di studio ed elaborazione del format che si è proposto per gli incontri sul territorio – abbiamo intervistato i e le responsabili dell’orientamento di molti atenei, e anche di alcuni che poi sapevamo non avremmo direttamente coinvolto. Due indicazioni sono emerse chiarissime. La prima. Quando riflettiamo su ruoli e profili sociali nei quali le giovani ragazze si possono riconoscere, questi – buoni o problematici che siano – al momento della scelta universitaria sono già tendenzialmente formati: se gli stereotipi vanno superati, non lo si deve fare negandone l’esistenza (che, da che comunicazione è comunicazione, in buona sostanza finisce per metterli in evidenza) ma proponendo in positivo alternative percorribili. In sostanza, è dalla scuola media inferiore che l’intervento va pianificato. La seconda. Per quanto native (ma anche i nativi maschi) digitali, le giovani aspiranti matricole difficilmente si orientano nella proposta accademica, perché non sanno che domande fare: quindi non trovano risposte. Just simply as that!

Da questi input è nato il programma di 7 giornate distribuite tra fine Febbraio e inizio Maggio 2024, viaggiando nei territori della Sicilia (a Licata), della Puglia (Bari), della Campania (Napoli), della Basilicata (Potenza), della Calabria (Crotone), ogni volta raccogliendo circa venti partecipanti, selezionate dai dirigenti scolastici tra le ultime due classi delle superiori. Lo schema prevedeva una mattina divisa in due fasi: la prima, sempre molto apprezzata, con una sessione di lavoro con il modulo “Lego serious playing”, per far emergere la rappresentazione sia individuale che collettiva del problema originale: quale rapporto ho/abbiamo con le materie e le professioni STEM ; la seconda con un’illustrazione frontale – l’unica di tutta la giornata, sia pur declinata il più possibile in maniera interattiva - delle attuali e immediatamente future tendenze nel mondo del lavoro, avendo anche “architettato” informaticamente un cruscotto informativo da percorrere più volte, avanti&indietro, tra possibili lavori, “cosa vuoi fare da grande”, e immediate scelte di formazione, “cosa devi studiare da subito”. Nel pomeriggio, invece, largo e assoluto spazio ad incontri/dialogo con docenti delegate/i all’orientamento universitario - “come orientarsi all’orientamento; con quali domande si può superare la barriera d’entrata all’università” -, e poi con almeno due role models per appuntamento, già avviate nelle varie professioni STEM, in un sempre partecipato dialogo… in diretta con il mio futuro.
A chiudere il pomeriggio, la partecipazione ad un questionario elaborato da IPSOS che, direttamente e indirettamente, tirava le fila tra le premesse iniziali e la restituzione dopo l’incontro, raccogliendo 127 risposte complete: lo stesso questionario, in giorni successivi, è stato poi somministrato ad un considerevole numero di studentesse dei medesimi istituti scolastici che hanno partecipato ai 7 incontri, raggiungendo un campione complessivo di 1955 studentesse, alcune delle quali, in questi giorni, stanno anche partecipando ad ulteriori focus group sulle tematiche affrontate, tutto ciò a comporre numericamente, e oggettivamente, la rappresentazione di un corpus di informazioni di indiscutibile valore statistico.
Per la serata, appena dopo cena, un momento di riflessione più “spettacolare”, un breve ma emozionante viaggio tra le storie di tantissime donne che non solo hanno lasciato un segno nella storia della scienza, delle arti, della vita culturale e sociale, ma che troppo spesso hanno trovato riconoscimento solo molti anni dopo, solo recentemente. Un memento ma anche la testimonianza che molto è già cambiato: e per il meglio.

In altre e conclusive parole, con questa fase iniziale del progetto ENI4STEM, abbiamo provato a dare un nome al problema che dobbiamo tutti affrontare - società, scuola, famiglia, mondo della produzione, e certo, infine, anche la politica - mettendoci in ascolto e cercando, effettivamente, di farci sorprendere dalla voce delle giovani generazioni: non per parlarne ma per farle parlare.
Un suggerimento che, senza eccessive modestie, può risultare utile a prescindere.


DIRITTI UMANI E LAVORO - "Un nuovo modello di “spazio condiviso” tra ambiente, persone e diritti" - Luciana Delfini

Foto di Khanh Trinh da Pixabay

Sul tema della responsabilità sociale è stato detto e scritto molto, ma c’è ancora una lunga strada da percorrere. Va accolta con favore, quindi, la “Posizione definitiva in prima lettura” della Direttiva sulla Corporate Sustainability Due Diligence (CSDDD) nella quale il Parlamento europeo, al (1) considerando e richiamandosi ai principi fondamentali dell’Unione: “rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani sanciti nella Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea” evidenzia come questi valori dovranno essere la guida per gestire e sviluppate le azioni di promozione economica, sociale e ambientale.
La direttiva è il primo strumento normativo dell’UE recante obblighi di due diligence per garantire il rispetto dei diritti umani e degli obblighi in materia di ambiente lungo la loro catena di attività delle imprese, integrando le leggi sulla disclosure di sostenibilità con azioni da intraprendere per gestire al meglio i rischi ambientali e sociali.
Adottata dal Consiglio dell’UE il 24 maggio 2024, la direttiva si può sicuramente considerare una pietra miliare che compone il processo legislativo necessario a sancire uno standard di condotta sostenibile e responsabile. La CSDDD entrerà in vigore dopo 20 giorni dalla sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale dell’Unione europea e gli Stati membri avranno due anni di tempo per recepirla nel diritto nazionale.

Innovativo il concetto che vede le aziende come attori centrali in grado di creare, oltre al lavoro e profitto, uno “spazio condiviso” dove le persone devono essere al centro dei meccanismi decisionali. Uno spazio che deve essere “amministrato” con politiche affidabili così da permettere l’avvio di un percorso di sviluppo sostenibile duraturo – sia dal punto di vista economico, tecnologico e sociale – per garantire il soddisfacimento dei bisogni di oggi, senza compromettere quelli delle generazioni future.
Nel rispetto delle normative nazionali e degli accordi internazionali, le imprese sono chiamate a creare le condizioni virtuose, proponendo modelli di sostenibilità e di resilienza in molti settori rilevanti per i diritti umani dando, così, particolare importanza all’ambiente dove operano. Avendo un’enorme capacità di creare ricchezza, posti di lavoro e reddito, potranno altresì apportare contributi rilevanti nel campo delle ricerche su innovazione e sviluppo.
Il legame tra società e imprese quindi dovrà mutare in modo sostanziale. È ormai evidente che l’evoluzione del lavoro e delle forme di occupazione, i modelli di attività economica accelerati dalla rivoluzione digitale o dai cambiamenti demografici così come la difficoltà nell’accesso all’occupazione rappresentano una sfida importante per le economie.
In un quadro così delineato e complesso, la responsabilità sociale è un fattore di performance per l’azienda, un moltiplicatore per la competitività a breve, medio e lungo termine a livello nazionale, europeo e internazionale. Le aziende che vorranno realmente competere sul mercato globale, infatti, dovranno considerare al centro della loro agenda tutti questi temi e includere tali prospettive nelle policy e nelle pratiche di responsabilità d’impresa, così da sviluppare un ruolo dinamico nell’attuazione delle loro attività, iniziative e strategie.
Già da qualche tempo, diverse imprese hanno messo in discussione il mantra del solo profitto, cercando di porre al centro dei loro percorsi strategici l’essere umano, prestando anche maggiore attenzione alla dimensione etica.
Pur nella consapevolezza che siano gli Stati i principali destinatari della tutela dei diritti umani, “duty to protect human rights”, è ormai ampiamente riconosciuto che anche le imprese hanno l’obbligo – non solo morale – di tutelarli.

La gestione responsabile dei rischi per i diritti umani e ambientali è in continuo mutamento, collocandosi al punto di intersezione tra teorie normative, la governance e gli aspetti gestionali. Il rispetto dei diritti umani e ambientali da parte delle imprese rappresenta un onere per queste ultime, ma un onere che deriva da una aspettativa ‘universale’ della comunità internazionale, impegnata ad affrontare transizioni straordinarie – dalle economie a zero carbonio, all’automazione e alla robotica, alla migrazione di massa. Di fronte a tali sfide, il benchmark sui diritti umani aziendali può rappresentare un aspetto fondamentale per spingere le aziende a svolgere pienamente il loro ruolo anche di attore capace di contribuire ad un futuro prospero e sicuro.
Questa nuova visione non poteva non essere condivisa dalle politiche comunitarie che – attraverso le risoluzioni e direttive succedutesi negli anni su detti temi e a seguito di ampio di non sempre facile confronto tra i paesi membri – hanno elaborato la Corporate Sustainability Due Diligence Directive per tracciare un percorso fondamentale a supporto degli investimenti sostenibili, per una migliore gestione dei rischi di sostenibilità e per fronteggiare i possibili impatti negativi delle imprese su persone e pianeta.
Considerata la complessità di intervento, l’approccio scelto per l’applicazione della direttiva è quello della gradualità: il periodo compreso tra il 2027 e il 2029 è il lasso temporale individuato per dare attuazione, in modo progressivo, alle nuove norme.
In estrema sintesi, nell’arco di detti anni alle aziende si richiederà, nelle loro attività economiche, di di identificare, prevenire, mitigare e soprattutto ridurre gli eventuali “effetti negativi” prodotti dalle loro attività sull’ambiente e sui diritti umani e di rendicontare l’impatto delle loro operazioni focalizzandosi sulla divulgazione dei processi di due diligence.
Viene così definito un percorso che, partendo da standard volontari e diversificati sulla responsabilità d’impresa, si conclude con l’individuazione di obblighi per le stesse.
Esaminando i soggetti destinatari della direttiva, che sono stati al centro di un lungo dibattito tra diverse posizioni a confronto, si rileva come da una iniziale tendenza a ricomprendere tante più realtà economiche possibili, si è arrivati ad un “finale” inquadramento che vede interessate dalla normativa le grandi imprese dell’UE e extra-UE con oltre 1.000 dipendenti e con un fatturato netto superiore a 450 milioni di euro.
Ovviamente nell’alveo di un nuovo, virtuoso, assetto aziendale è previsto il sostegno ai partner commerciali di piccole e medie dimensioni per assicurarsi, anche da parte loro, il rispetto i nuovi obblighi.
Ulteriore ed essenziale onere è quello di una costante identificazione e valutazione dei potenziali impatti delle loro azioni – e di quelle dei partner commerciali – sui diritti umani e sull’ambiente attraverso una mappatura dell’intera catena del valore per evidenziare le aree soggette a rischi.
Ancora: le aziende, del rispetto dell’Accordo di Parigi sul riscaldamento globale, dovranno adottare un piano di transizione per allineare il loro modello di business e procedere con un aggiornamento dei piani di transizione climatica periodicamente ogni 12 mesi.
Dunque sempre più “Sostenibilità” al centro dell’attenzione delle aziende, un punto focale nell’agenda dei dirigenti e i leader nei prossimi anni nella certezza, ormai, di essere noi stessi “agenti geologici” capaci di influenzare i processi climatici che si manifestano così improvvisi e con una magnitudo degli impatti così alta, da ostacolare la capacità di adattamento.
In considerazione di ciò, alle imprese viene richiesto di contribuire ad un miglioramento della qualità della vita delle persone e alla tutela del pianeta e ciò attraverso pratiche socialmente responsabili possibili anche con l’adozione delle nuove tecnologie che hanno di abolito le distanze fisiche, hanno favorito l’incontro tra culture e la diffusione della conoscenza.
Nell’era dell’Intelligenza Artificiale, la costruzione della responsabilità sociale delle imprese segue un percorso che può trascendere dal tempo e dallo spazio.
Le soluzioni di tecnica regolatoria, come quella prevista dall’Unione europea tramite la direttiva CSDDD possono guidare efficacemente il progresso alla luce del rispetto dei diritti umani e dell’ambiente.

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Edizioni Themis

CULTURA E SOCIETÀ - "Engage!" - Marco Mozzoni

Foto di Mohamed Hassan da Pixabay

“La Repubblica riconosce il diritto
dei lavoratori a collaborare [...]
alla gestione delle aziende.”
(Art. 46 Cost.)

Si sa, quando il personale viene “coinvolto” nel lavoro e motivato al punto giusto, assicura migliori prestazioni, è meno stressato, resta in azienda più a lungo.
Non che ce ne fosse bisogno, ma sicuramente conforta che a ricordarlo sia – tra gli altri – l’Harvard Business Review in un articolo che spiega come migliorare in poche mosse il cosiddetto “employee engagement” a vantaggio di tutti quanti partecipano al processo produttivo [1].

Certo non sono più i tempi in cui arrovellarsi a trovare la formula magica per superare a suon d’indigeste riforme o di rivoluzioni il “conflitto capitale-lavoro”, come era d’uso intendersi. Basta fare una “checklist”, dicono oggi infatti gli americani.
In pratica, un elenco di 20 “driver”, di cui tre sarebbero leve strategiche: 1) aiutare i lavoratori a collegare ciò che fanno con ciò a cui tengono di più; 2) rendere le condizioni di lavoro meno stressanti, anzi piacevoli; 3) premiare con tempo libero aggiuntivo invece che con incentivi prettamente economici.
In prima battuta dunque, sapendo che si preferisce generalmente dare il proprio contributo professionale a un’organizzazione “impegnata”, che sa di avere una responsabilità sociale e ambientale e non solo un profitto da portare a casa, è più facile “allinearsi e integrarsi” in un ambiente di lavoro che quotidianamente persegue obiettivi e valori alti come propria “missione”.

Per rendere poi il lavoro stimolante, Harvard propone di considerare una certa flessibilità nelle mansioni in modo da permettere ai lavoratori di “scoprire i loro interessi intrinseci”: programmi di “job rotation”, specialmente nelle fasi di inserimento, sarebbero la soluzione, insieme a maggiore autonomia che aumenta la motivazione, senza magari arrivare al “no rules” di alcune aziende in cui ciascuno fa qual che crede, assumendosene in toto la responsabilità peraltro [2].

Il tempo si dice sia tiranno… È un valore prezioso e tutti lo sanno. Ora, tra soldi e libertà sicuramente molti sceglieranno i primi. Ma tra “soldi + soldi” e “soldi + tempo” a disposizione per sé, la famiglia e gli amici? Ecco, sempre i nostri esperti d’oltreoceano sono convinti che gratificare i dipendenti con maggiore tempo libero e/o vacanze pagate ad esempio, rappresenti una delle strategie più efficaci.
Ma quali sono le leve personali che predispongono a farsi coinvolgere? Avere fiducia nell’organizzazione, sentendovisi impegnati al punto da identificarsi (q.b., ovviamente); essere soddisfatti del proprio lavoro tanto da trarne nuove “energie” e non, al contrario, sfinimento.

È di pochi giorni fa la pubblicazione dello “State of the Global Workplace 2024”, rapporto annuale in cui Gallup analizza lo stato dell’arte dell’esperienza dei lavoratori di tutto il mondo quale “predittore di resilienza e performance organizzativa” delle imprese [3].
Ebbene, tra gli innumerevoli fattori scandagliati, i dati, gli spunti di sicuro interesse, è proprio l’”employee engagement” a emergere come chiave di volta della “speranza per il futuro”: speranza delle persone, delle aziende, del sistema economico-sociale nel suo complesso.
Secondo la stima Gallup attuale “il basso coinvolgimento dei lavoratori (23% del totale) costerebbe all’economia globale ben 8.900 miliardi di dollari, pari al 9% del PIL globale”; purtroppo in questo momento sembra essere ai minimi storici anche il benessere generale dei dipendenti, con problemi crescenti a livello di salute mentale, specialmente tra i giovani.
Ma c’è una buona notizia: i dati raccolti sembrano dimostrare che nelle organizzazioni più avanzate ben tre quarti dei manager e 7 lavoratori su 10 risultano “coinvolti”, con miglioramenti a livello produttivo, di profitti, di ritenzione del personale e dei clienti. In sostanza, “quando i manager sono partecipi, i lavoratori hanno maggiore probabilità di esserlo a loro volta”.

Questo perché – sottolineano i ricercatori – un bravo manager costruisce quotidianamente una relazione con i componenti del proprio team basata su “rispetto, positività, riconoscimento delle qualità individuali”, aiutandoli a “trovare senso e gratificazione nel proprio lavoro”.
In numeri, sempre secondo la Advisory Company di Washington: nelle aziende con lavoratori “engaged” si riscontra una riduzione del 78% di assenteismo, del 58% di incidenti sul lavoro, del 30% di difetti di produzione, dal 21% al 51% di ricambio del personale, contro a un aumento del 10% in termini di lealtà dei clienti, del 17% di produttività, del 23% di profitto [4].

E allora, come diceva il buon Picard: “Engage!”

Note
(*) Harvard University, “Engage! Celebrating Star Trek Day!”, September 8, 2023, https://hesmfc.extension.harvard.edu/news/engage-celebrating-star-trek-day
[1] Daniel Stein, Nick Hobson, Jon M. Jachimowicz, and Ashley Whillans, “How Companies Can Improve Employee Engagement Right Now”, Harvard Business Review, October 13, 2021, https://hbr.org/2021/10/how-companies-can-improve-employee-engagement-right-now
[2] “Netflix employees operate in an environment of ‘no rules,’ characterized by a high degree of employee freedom and responsibility. In terms of freedom, employees make strategic decisions ‘in Netflix’s best interests’ without managerial oversight, do not need to seek pre-approvals for reimbursements, and can take unlimited vacation [...] The culture of no rules is sustained through high levels of responsibility, in which all employees are charged […]” Stein et. al, cit.
[3] Gallup, “State of the Global Workplace. The Voice of the Word’s Employees”, 2024 Report, https://www.gallup.com/workplace/349484/state-of-the-global-workplace.aspx
[4] Gallup, “What Is Employee Engagement and How Do You Improve It?” https://www.gallup.com/workplace/285674/improve-employee-engagement-workplace.aspx

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Axios

DALLE AZIENDE - "Per una Reputazione sostenibile di nome e di fatto" - Mauro Matiddi

Foto di 3D Animation Production Company da Pixabay

 ESG, greenwashing e percorsi virtuosi

Partiamo da un principio generale, vale a dire che le aziende sono sostenibili se generano valore aggiunto per i mercati e per il pubblico cui si rivolgono. Ed è proprio questo valore aggiunto a motivare i clienti nella scelta di preferire i loro servizi e prodotti rispetto alle aziende concorrenti.

Come abbiamo potuto sperimentare, la pandemia ha rappresentato uno spartiacque per le percezioni dei mercati. Una percezione globale che continua ad evolversi, che risente delle necessità del momento e che orienta i consumi. Ad esempio, è cresciuta la consapevolezza dell’impatto devastante causato dall’essere umano sulla natura, e si sta innescando, soprattutto tra le generazioni più giovani, un lifestyle più attento alle scelte di consumo rispetto al passato. Ciò avviene secondo logiche orientate alla sostenibilità del paniere di beni abituali e del loro costo. La sostenibilità del costo da affrontare è in primo luogo economico, ma anche sociale e, talvolta, ambientale.
Conoscere queste “percezioni” è fondamentale per i reparti di marketing delle aziende, che devono fare valutazioni accorte per determinare il prezzo di vendita dei prodotti e dei servizi che intendono commercializzare: per calcolarlo è necessario valutare anche la “propensione all’acquisto” del cliente, le motivazioni che orientano le sue scelte e il prezzo massimo che il cliente sarebbe propenso a pagare per soddisfare i suoi bisogni. In poche parole va DECODIFICATO l’atto di acquisto e di consumo per ottimizzare la proposta commerciale valorizzando gli aspetti ai quali il cliente è più sensibile. Il processo del “pricing” è tanto più determinante, per la redditività dell’impresa, quanto più il prodotto/servizio commercializzato è distintivo e unico. Ogni azienda mira ad ottenere per i propri beni e servizi un posizionamento “premium” – negli immaginari collettivi del target – per poterli commercializzare a un prezzo superiore rispetto al posizionamento che avrebbero se fossero percepiti semplicemente come una commodity, diffusi e indistinguibili. E di esempi ne abbiamo diversi. L’acqua, per essere resa unica, viene comunicata attraverso le sue peculiarità, come “effervescente naturale”, o “povera di sodio”. Così come il caffè, che “più lo mandi giù e più ti tira su”, o il gasolio, che è “più efficiente perché antiusura e più pulito perché senza zolfo e a ridotte emissioni inquinanti…per automobilisti evoluti”, e così via dicendo.

Ogni imprenditore si ingegna per comprendere la scala gerarchica dei valori attribuiti dal cliente/ consumatore alle proprie scelte. Un orologio al polso serve solo a conoscere l’orario? Considerando anche il fatto che ormai l’ora è possibile leggerla sullo smartphone o sul pc. La motivazione è quindi composta da un mosaico di reason why: conoscerle consente a grandi aziende di orologi di posizionarsi in fasce di prezzo più profittevoli rispetto ai concorrenti nel medesimo settore e sui medesimi profili di pubblico.

In generale, per ogni scelta di acquisto, la reputazione dell’oggetto acquistato, se è ostentato o anche solo palesato alle persone che compongono la cerchia sociale del consumatore, influenza il modo in cui il possessore di tali beni viene percepito (e quindi la sua reputazione), e sappiamo quanto sia importante il bisogno umano di stimolare il giudizio positivo degli altri.

In ogni settore merceologico, sia B2C (settori d’offerta rivolti ai consumatori finali) che B2B (settori d’offerta rivolti alle aziende), cresce l’offerta di prodotti ecosostenibili. Purtroppo, cresce anche il rischio di greenwashing, cioè la quantità di aziende che “furbescamente” comunicano la propria attenzione ai criteri produttivi ESG (Environment, Social & Governance), anche se nella realtà dei fatti non sempre operano adottando pratiche di tutela per l’ambiente, né promuovono iniziative volte all’inclusione sociale verso minoranze, o non riconoscono un equo trattamento ai lavoratori.
La tendenza al greenwashing frena la sana crescita di una cultura della sostenibilità, sia dal lato imprenditoriale che dal lato della clientela. Gli imprenditori possono essere demotivati dall’adottare pratiche ESG perché vedono altri imprenditori che falsamente si comunicano come difensori della tutela ESG e ne professano i principi senza dimostrare il proprio agire produttivo. I consumatori sono spesso confusi, se non addirittura frustrati, dall’esperienza di acquisto che ritenevano oculata e responsabile, quando si rileva una balla mediatica di dimensioni globali (ricordiamo, ad esempio, il caso Dieselgate del Gruppo Volkswagen, considerata responsabile di aver “ripulito” le emissioni delle auto grazie all’uso di software che, di fatto, truccavano i test ambientali).

Il tema del consumo sostenibile e del suo valore è importante per il valore competitivo apportato dalla comunicazione di sostenibilità alle imprese e perché l’Unione Europea sta preparando norme e regolamenti al fine di arginare il greenwashing (di prossima emanazione EU la Green Claims Directive). La scritta ECO accostata a un prodotto o servizio orienta la percezione dei consumatori, fa risuonare corde mnemoniche nei cittadini responsabili. Il più recente studio EY Future Consumer Index ha rilevato che il 66% degli italiani assegna al proprio comportamento di acquisto e consumo sostenibile un ruolo guida nelle azioni quotidiane, e una percentuale simile prevede di prestare sempre maggiore attenzione all’impatto ambientale delle proprie scelte.
La crisi climatica è in cima all’agenda delle preoccupazioni dei giovani, ma non lo è anche nell’agenda dei governi nazionali, sempre pronti a rincorrere l’ultimo tema ritenuto d’interesse per gli elettori più numerosi (l’Italia è in testa tra i Paesi con una più alta percentuale di anziani rispetto ai residenti). Ricordiamo anche che il 2030 non è poi così lontano, e che l’Europa potrebbe avere un ruolo fondamentale nell’attuare politiche orientate alla sostenibilità.

Il Green & Blue Index elaborato dal CENSIS narra un percorso virtuoso intrapreso dall’Italia per raggiungere la sostenibilità sotto ogni profilo e, come ogni transizione, va fatto ogni passo propedeutico ai successivi con modalità, risorse e tempi disponibili. In altre parole, l’obiettivo è tracciato e il percorso è tortuoso, ma la transizione è stata avviata e le innovazioni hanno generato impianti produttivi e investimenti su filiere industriali che non si fermeranno fin quando non saranno raggiunti i rendimenti programmati. Potrebbe esser necessario agire con influenza e persuasione, oltre che raziocinio, sugli stili di consumo mainstream.

È ampio il ventaglio di vantaggi competitivi che le aziende ESG oriented possono acquisire, sia sul fronte produttivo che su quello promozionale. Dal punto di vista produttivo, ad esempio, si generano vantaggi riducendo l’impiego di risorse e riciclando, allineandosi o prevenendo la compliance normativa, attirando neolaureati e collaboratori più sensibili alla tutela ambientale. Sul fronte del marketing communication, i vantaggi si innescano integrando tutto il flusso lavorativo e le attività di contatto con gli stakeholders (interni ed esterni) mediante una informazione decisa, chiara e netta sulle scelte aziendali. Questo comportamento, che potremmo definire eco-illuminato, quando è reale e dimostrabile può essere comunicato diventando una eccellente calamita di percezioni positive. La reputazione aziendale ESG oriented agisce trasferendo l’attenzione degli stakeholders dal prodotto/servizio verso l’azienda che li produce, con ricadute di scelta d’acquisto, di supporto e menzione reputazionale, di investimento, di memorizzazione del brand aziendale e di premiata visibilità e storytelling positivo da parte di importanti testate [1].

Per far si che la reputazione ECO & ESG oriented sia sostenibile, le aziende devono allenarsi e curare il proprio corpus, le nervature e le muscolature produttive su cui fanno leva. Le norme europee, CSRD in prima fila, ma anche la CSDDD in fieri obbligano alla rendicontazione di sostenibilità le grandi aziende e la loro filiera produttiva. Ciò vuol dire che anche il caleidoscopio di fornitori e subappaltatori, supply chain costituita quasi esclusivamente da PMI e microimprese, sarà progressivamente tenuto a fornire dati puntuali e precisi (key indicators science based) sul proprio operato sotto il profilo ambientale e sociale.

La sfida per la sostenibilità si estende a tutte le realtà. I key performance indicators sono noti e la loro rilevazione va calibrata sul flusso lavorativo di ogni attività produttiva, per poterne misurare gli effetti in modo sicuro. La domanda è: quanto siamo pronti a investire per la nostra reputazione sostenibile?

 

[1] Si vedano anche gli articoli di Mauro Matiddi pubblicati su questa rivista: “Brand Reputation + ESG = Valore Aziendale” https://reputationagency.eu/it/reputation-today-39-2023-versione-web | Articolo “Manager + Brand reputation: Attenti a quei due!” https://reputation-agency.it/it/reputation-today-40-2024-versione-web

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SALUTE E SICUREZZA - "Automazione dei compiti e lavoro digitale" - A cura di Reputation Agency

Copyright EU-OSHA

 Il secondo ambito prioritario della Campagna EU-OSHA

Per la Campagna Europea dell’EU-OSHA “Lavoro sicuro nell’era digitale”, che fino al 2025 sarà dedicata alla salute e sicurezza sul lavoro nell’era digitale, ai rischi e alle opportunità che ne derivano (https://healthy-workplaces.osha.europa.eu/it) sono state individuati cinque ambiti prioritari: il lavoro su piattaforma digitale (di cui ci siamo già occupati nel precedente numero di Reputation Today), l’automazione dei compiti, il lavoro a distanza, l’intelligenza artificiale e la gestione dei lavoratori, i sistemi digitali intelligenti.
Questi ultimi tre ambiti saranno il focus di attenzione dell’EU-OSHA per i mesi a venire, mentre l’automazione dei compiti è il tema su cui la campagna si sta concentrando a partire da giugno 2024, al fine di sviluppare un’intensa attività di sensibilizzazione.
Nell’ambito dell’automazione dei compiti, ampio spazio viene dato all’impatto della robotica e dell’intelligenza artificiale sui luoghi di lavoro, che possono avere – ovviamente come qualsiasi altra tecnologia – pro e contro. Introdurre sistemi robotici, ad esempio, può essere un vantaggio per aziende e lavoratori, dal momento che possono svolgere compiti che per l’essere umano sono ripetitivi, usuranti, complessi, ad alto rischio o semplicemente banali. I sistemi automatizzati possono quindi supportare le organizzazioni nel contenimento dei rischi, evitando l’esposizione di lavoratori che hanno così l’opportunità di dedicarsi ad altri compiti, colmando quel vuoto spesso lasciato per le mansioni che nessuno vuole svolgere, e che creano difficoltà di reperimento delle risorse umane.
Tra gli altri lati positivi si può citare anche la maggiore facilità di formazione e riqualificazione delle persone, proprio attraverso l’uso di sistemi automatizzati, di cui le persone possono usufruire anche per semplificare le loro mansioni quotidiane.
Per contro, la sostituzione di una forza lavoro umana con sistemi automatizzati può portare a un progressivo impoverimento delle competenze, a una minore libertà d’azione per le persone, che potrebbero sentirsi sempre più “controllate” da sistemi automatizzati. Senza contare le preoccupazioni di chi pensa che nel prossimo futuro sarà sostituito da sistemi automatici, sviluppando così sentimenti di sfiducia verso l’organizzazione e un senso di instabilità e precarietà.
In questa sua eccellente e costante attività di sensibilizzazione, l’Agenzia ha prodotto un video dedicato alla robotica nel lavoro con Napo, il personaggio animato che racconta i diversi rischi e le opportunità legate al digitale e al lavoro attraverso le sue azioni e interazioni, senza l’uso di parole, cosa che rende i suoi messaggi ancor più universali.
Inoltre, diverse pubblicazioni sono disponibili per aumentare la consapevolezza sul tema da parte di lavoratori, organizzazioni e istituzioni sul tema e per soppesare le diverse implicazioni dell’automazione sul lavoro soprattutto in termini di salute e sicurezza. La comprensione di questi aspetti viene facilitata dalla raccolta di diversi casi studio, che riguardano settori economici specifici, come l’ambito medico, automobilistico, siderurgico e industriale. Alcuni casi studio sono focalizzati proprio sull’applicazione dell’intelligenza artificiale e della robotica per valutare e ridurre i rischi legati alla sicurezza sul lavoro. L’attenzione a questi aspetti è particolarmente intensa in questa campagna, tanto che lo stesso direttore esecutivo dell’EU-OSHA William Cockburn, ha pubblicato un articolo per esplorare le sfide e le opportunità per la sicurezza, la salute e il benessere del lavoratore.
Qui è disponibile anche un kit di materiali di supporto alla strutturazione della campagna a beneficio delle organizzazioni aderenti e un calendario di appuntamenti che si terranno nei diversi paesi nei mesi a venire, fino alla conclusione della Campagna a fine 2025.
Le organizzazioni che vogliono aderire possono iniziare da qui: https://healthy-workplaces.osha.europa.eu/it/get-involved/become-campaign-partner. Chi organizzerà eventi e iniziative a sostegno della Campagna e della trasmissione dei suoi contenuti potrà ottenere un certificato che attesterà il contributo offerto (maggio informazioni da qui: https://healthy-workplaces.osha.europa.eu/it/get-involved/get-your-certificate).
Reputation Today è media partner della Campagna e continuerà a seguire gli eventi e a contribuire alla sensibilizzazione su un tema tanto attuale come quello del rapporto tra lavoro e digitale.

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REPUTATION today - anno IX, numero 40, marzo 2024

Direttore Responsabile: Giuseppe De Paoli
Responsabile Scientifico: Isabella Corradini
Responsabile area Sistemi e Tecnologie: Enrico Nardelli
Redazione: Ileana Moriconi
Grafica: Paolo Alberti

Pubblicazione trimestrale registrata presso il Tribunale di Roma il 13/02/2014 n. 14

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Il sommario dovrà chiarire lo scopo e le conclusioni del lavoro e non dovrà superare le 300 battute (spazi inclusi).
Didascalie e illustrazioni devono avere un chiaro richiamo nel testo.
La bibliografia sarà riportata in ordine alfabetico rispettando le abbreviazioni internazionali.
La Direzione, ove necessario, si riserva di apportare modifiche formali che verranno sottoposte all’Autore prima della pubblicazione del lavoro.

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