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Reputation Today n° 29 - giugno 2021


EDITORIALE - "La nobile arte dell’ascolto e il nostro bisogno di silenzio" - Giuseppe de Paoli

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Ciò che è utile in un contenitore è il vuoto, perché un contenitore pieno non può contenere più nulla.

“Chi non ascolta ben difficilmente verrà ascoltato” diceva Carl Rogers padre della psicologia umanista. Profezia che purtroppo s’è avverata dato che oggi, in epoca di informazioni ridondanti e urlate, il grande assente è proprio l’ascolto, che pur sarebbe utilissimo per facilitare il dialogo, le relazioni interpersonali, la risoluzione dei conflitti.

Perché l’ascolto è così poco praticato?
Intanto perché in una fase in cui le informazioni viaggiano velocissime e sempre meno controllate, ascoltare è particolarmente difficile: richiede tempo, pazienza, attenzione, grande disponibilità. Tutte cose che non si coniugano facilmente con i ritmi sempre più frenetici della nostra epoca.

L’ascolto poi non presuppone risposte, né consigli – che oggi vanno tanto di moda – ed è per questo sottovalutato da molti, anche se sarebbe in grado di generare grande sollievo e di liberare potenzialità positive (sia in chi è ascoltato che in chi ascolta).

Ascoltare profondamente inoltre, perlomeno nell’accezione indicata dal monaco buddista Tich Nath Han e dallo psicologo Jerome Liss, prevede la capacità di mettere da parte il proprio ego per accogliere l’altro nella sua complessità, con tutti i suoi dubbi, le sue incertezze, le sue paure.
Chi accoglie veramente non cerca d’imporre la sua esperienza, il suo punto di vista, il suo sapere accoglie e basta, al contrario di quanto, generalmente, avviene sul web dove lo scontro sostituisce il confronto e domina un linguaggio aggressivo, autoreferenziale, narcisistico.

La pandemia degli ultimi due anni inoltre ha indirettamente contribuito ad una ulteriore involuzione del linguaggio, riscontrabile sui social, sui media, nella vita quotidiana. Tutti motivi che rendono difficilmente praticabile l’arte dell’ascolto.
Ascoltare rimane però fondamentale: senza ascolto non c’è comprensione, non c’è dialogo, non c’è comunicazione.

Oggi, dopo il lungo isolamento imposto dal lock-down, c’è nell’aria una nuova voglia di socializzare, interagire, incontrarsi: una esigenza sana, incentivante, pienamente condivisibile, purché il rumore e il chiacchiericcio di fondo non coprano completamente il silenzio di cui abbiamo bisogno.
Il silenzio, che molti vivono con disagio, è infatti parte integrante della comunicazione, è necessario per l’ascolto, per affinare le nostre facoltà intuitive, percettive, creative e può diventare una nuova forma d’energia, oltre che un ottimo modo per conoscere meglio noi stessi e gli altri.

Certo c’è silenzio e silenzio: c’è quello pesante, giudicante, ostile e quello accogliente, intuitivo, rilassato. La differenza la fanno le persone e i momenti in cui lo si sperimenta.
Per ‘fare’ silenzio ogni tanto occorre ‘svuotarsi’ diceva il jazzista Miles Davis che nelle sue affermazioni s’era spinto oltre: “Il silenzio – affermava – è la vera musica. Tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”

Il valore del silenzio è ricordato anche in un noto racconto zen.
Ascoltate.
Nan-in, un maestro giapponese dei primi del 900, ricevette la visita di un famoso professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. “Non ho sete di tè, ho sete di sapere” disse stizzito il professore.
Nan-in silenziosamente riprese a versare il tè fino a riempire la tazza del suo ospite e poi continuò a versare.
Il professore non riuscì più a contenersi. “Ma cosa fa? Non vede? La tazza è ricolma. Non entra più nulla!”
“Tu sei come questa tazza, rispose allora Nan-in, sei ricolmo delle tue opinioni e congetture, delle tue idee fisse e dei tuoi pregiudizi e vuoi che ti spieghi lo zen: come posso insegnarti qualcosa se prima non ti liberi? non vuoti la tua tazza, non fai silenzio?”

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NEWS

Torna a Settembre il Job Film Days festival, rassegna cinematografica dedicato alle tematiche del lavoro e dei diritti umani.
Un festival nato nel 2020 grazie a una felice intuizione dell’Associazione Sicurezza e Lavoro molto attiva nella promozione di salute, sicurezza e diritti nei luoghi di lavoro.
L’edizione 2021 – diretta anche quest'anno da Annalisa Lantermo – è organizzata dalla nuova Associazione Job Film Days in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e altri importanti partner. La manifestazione, forte del successo dell’anno passato, si prefigge nuovi obiettivi e guarda avanti. I JFD di quest’anno si svolgeranno infatti dal 22 al 26 settembre 2021, passando da una durata di 3 a una durata di 5 giorni e coinvolgeranno due delle sale del Cinema Massimo di Torino, per una programmazione più ampia e articolata. Per tutta la durata del festival inoltre, grazie alla sinergia con i partner della manifestazione, verranno organizzati eventi e proiezioni in altri luoghi della città.
Fonte: https://www.museocinema.it/it/area-stampa/comunicati-stampa/8526

LA PROTEZIONE DEI DATI AL CENTRO DELLA CONFERENZA EDEN 2021
Il 18 e 19 ottobre 2021 si terrà a Roma la VII edizione della “Eden conference on data protection in law enforcement”, dal titolo “Human after all: data protection in policing”.
L’evento, organizzato dalla Direzione centrale della polizia criminale, in collaborazione con Europol e con l’Accademia europea di legge, rappresenta un’occasione di condivisione e approfondimento a livello europeo sulla protezione dei dati personali nelle attività di polizia e delle tematiche ad essa connesse.
Filo conduttore dell’edizione di quest’anno sarà “Il fattore umano nella protezione dei dati personali”. I dati non sono, infatti, semplicemente dei numeri, perché si riferiscono sempre alle persone, ai loro diritti, libertà, attività, paure, aspirazioni.
Alla conferenza parteciperanno relatori di statura internazionale, che affronteranno, tra gli altri, i temi della cybersecurity e del data bias, ma l’evento ospiterà anche l’annuale riunione dei Data protection officer (Dpo) delle Forze di polizia degli Stati membri dell’Unione
Fonte: https://www.poliziadistato.it/articolo/1660c1e9009bca8329923708

DAL WWF UNA PIATTAFORMA PER IL CAMBIAMENTO CLIMATICO
Il 10 giugno di quest’anno il WWF ha lanciato Forests Forward, una nuova piattaforma per il cambiamento climatico, dedicata nello specifico alla salvaguardia delle foreste. La piattaforma prevede la partecipazione di aziende, comunità, organizzazioni e investitori, affinché ognuno possa dare il proprio contributo al contrasto alla deforestazione e alla salvaguardia della biodiversità nelle aree tropicali del pianeta. L’obiettivo è dar modo alle aziende di avviare iniziative con impatti positivi a lungo termine sulle foreste e favorire il contributo degli investitori su un tema centrale per l’Agenda Globale per la sostenibilità. Al centro del progetto ci sono le comunità locali, così da promuoverne e sostenerne l’importanza e il ruolo attivo nel prendersi cura dell’ecosistema circostante, nell’ottica di valorizzare le buone pratiche di utilizzo delle foreste.
Fonte: https://www.wwf.it/

BEST WORKPLACES FOR WOMEN 2021
Great Place to Work ha pubblicato la classifica delle aziende che rappresentano il miglior luogo in cui lavorare per una donna. Tra le 128 imprese che hanno partecipato all’indagine di clima organizzativo, 20 sono le premiate. L’indagine si è basata sull’opinione espressa dalle oltre 13mila donne che lavorano all’interno delle stesse organizzazioni valutate, le quali hanno compilato uno strumento, il Trust Index, su cui si è basata la successiva elaborazione dei dati. Le aree indagate sono cinque: credibilità, rispetto, equità, orgoglio e coesione. Le prime tre aree hanno valutato la fiducia verso i manager mentre le successive hanno indagato il rapporto tra le dipendenti e l’azienda e tra le dipendenti e il proprio lavoro. Ai primi posti della classifica troviamo Sebach, Biogen Italia srl e American Express Italia, seguite da Stryker Italia srl, Zeta Service, Hilton, Sorgenia, Amgen srl, Sc Johnson Italy e Selectra Italia che chiude la prima metà della classifica posizionandosi al decimo posto.
Fonte: https://www.greatplacetowork.it/

NASCE HUBITAT, LA RETE PER L’INNOVAZIONE SOSTENIBILE
Dalla collaborazione tra WMF (Web Marketing Festival) e Search On Media Group è nato il progetto HUBitat, una rete di Hub territoriali incentrati sul tema dell’innovazione sostenibile. Sono già 13 gli Hub attivi sul territorio italiano, in ognuno dei quali partecipano singoli cittadini, studenti, scuole, università, ricercatori, imprese, startup, istituzioni, enti pubblici e privati per agire insieme sui temi dell’innovazione e della sostenibilità, ma anche della cultura imprenditoriale, con l’obiettivo di valorizzare il patrimonio locale. Ogni hub è collocato in un piccolo centro o borgo e collegato al tempo stesso con la rete di Hub italiani. Le attività sono gratuite e incentrate innanzitutto sulla formazione e sull’educazione in materia di turismo sostenibile, valorizzazione del territorio attraverso il web marketing e l’innovazione digitale, le pari opportunità, lo smart working e il south working, la legalità, ecc. Inoltre sono previsti eventi e incontri, online e offline, per la promozione del territorio e delle sue risorse, nonché attività di supporto alle imprese e spazi di coworking per favorire incontro, confronto e scambio tra tutti i soggetti coinvolti.
Fonte: https://www.webmarketingfestival.it/hubitat/

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L’INTERVISTA - "Il potere attivo della parola per creare nuova realtà" - Intervista ad Alberto Contri - A cura di Giuseppe de Paoli

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Docente di Comunicazione Sociale, saggista, già ai vertici di multinazionali e associazioni della comunicazione. È stato per vent’anni presidente della Fondazione Pubblicità Progresso. È consulente per enti, aziende, istituzioni.

È stato anche Consigliere della RAI, Amministratore Delegato di Rainet, e direttore generale della Lombardia Film Commision.
Il Presidente Ciampi lo ha insignito dell’onorificenza di Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica

Oggi più che mai, ora che la pandemia è più silente, ma non sconfitta, abbiamo bisogno di collaborazione, di confronto di risposte creative al periodo difficile che stiamo vivendo. Qual è secondo lei la “cosa giusta” da fare?

Anzitutto mi lasci dire che sono rimasto colpito dal fatto che in tutto questo periodo i vaccini siano stati presentati come l’unica arma possibile contro il Covid19, senza prendere in considerazione altre cure che pure hanno dimostrato di avere efficacia.
C’è stato poi un proliferare di opinioni scientifiche diverse, visioni contrastanti, non di rado agli antipodi tra i virologi più noti: siamo stati subissati da messaggi contradditori, dati e numeri a iosa, notizie fuorvianti, a volte addirittura errate e comunque difficilmente verificabili. Ottimi specialisti sono stati spesso inefficaci nello spiegare il da farsi, infettati subito dal virus del presenzialismo televisivo. Con una delle sue abituali fulminanti intuizioni, il critico televisivo Aldo Grasso li ha ribattezzati “gli addetti ai livori”. Chi ha osato sollevare dei dubbi è stato bollato come ‘complottista’ da dubbie agenzie di debunking, in palese conflitto di interessi.
La comunicazione pubblica è stata gestita da sedicenti esperti, soprattutto occupati a dire che tutto andava bene tessendo le lodi del premier (Conte). In mancanza di una comunicazione precisa, chiara, calibrata, la paura ha spesso preso il sopravvento. Quindi, per ripartire oggi, bisognerebbe raggiungere una maggiore chiarezza e poi cambiare radicalmente l’approccio comunicativo.

Quali interventi immagina per la ripresa, quali parole possono aiutare?

Il Paese è in una situazione difficile dopo le lunghe chiusure e le limitazioni che ha dovuto subire, mentre mancava una visione strategica. L’uomo è un animale sociale: dopo essere stato chiuso in casa per mesi, ha voglia di uscire, socializzare, riprendere la vita di sempre. Si è scoperto che in diversi casi il lavoro a distanza può essere utile, ma si avverte il bisogno di tornare al contatto umano, in presenza, c’è bisogno di riprendere le relazioni e gli scambi personali.

In che modo la pandemia ha influenzato il nostro modo di socializzare e comunicare?

Dipende. Ogni classe sociale ha reagito in modo diverso. I più benestanti, e i loro giovani, hanno dimostrato di avere più risorse per affrontare la situazione. I più acculturati, abituati a leggere e ad approfondire si sono dimostrati più flessibili ed elastici. Le classi meno agiate hanno sofferto per la mancanza di spazio, di smartphone, pc, banda larga. Un terzo degli allievi non ha potuto seguire la DAD: una quantità enorme di studenti che hanno perso un anno, e non solo. Molti di loro purtroppo già non leggevano i giornali né guardavano la tv, sono poco informati e “umorali” nelle reazioni, vivono in uno stato di costante attenzione parziale. La loro vita è una successione d’istanti, senza alcuna idea del futuro perché non sanno nulla del passato. È un grave problema antropologico che già segnalavo nel mio libro “Mac Luhan non abita più qui?” (Bollati Boringhieri 2017). Per questo è importante, soprattutto per chi fa comunicazione, trovare nuove forme d’espressione che sappiano utilizzare i social media secondo le loro specifiche grammatiche e sintassi. Un compito difficilissimo.

Competenza, talento, responsabilità, tenacia, pazienza: quali di queste qualità sarebbero particolarmente utili in questa fase?

Tutte. Qualità tipiche dei veri professionisti che hanno studiato e che hanno esperienza. Il problema è che il vento dell’“uno vale uno” ha mandato al potere degli improvvisati senza competenze né cultura. E spazzato via tutti gli altri. Ne ho parlato, identificando problemi e soluzioni, nel mio ultimo saggio “La sindrome del criceto” (Edizioni la Vela 2020).

ln questi tempi di informazioni banalizzate e urlate la nobile arte dell’ascolto è poco praticata, sebbene sia fondamentale per una buona comunicazione. Come valorizzare l’ascolto? Andrebbe insegnato a scuola?

A scuola si potrebbe fare molto. Ricordo che ai miei tempi, in classe, c’erano momenti in cui l’insegnante (o un alunno) leggeva una storia, gli altri ascoltavano e poi, a sorpresa, uno era chiamato a sintetizzarla. Era una buona pratica che andrebbe recuperata. Altro che consentire il cellulare in classe. Per sviluppare doti dialettiche, bisogna recuperare la scrittura a mano soprattutto da piccoli, e non mettere troppo precocemente le mani su un device elettronico.

Ripensare la nostra comunicazione, dopo la pandemia e l’infodemia è necessario: occorrerà superare la pigrizia mentale, gli schemi prefissati, le visioni manichee che vanno di moda sul Web. E dovremo confrontarci sempre più con tecnologie avanzate. Un lavoro non facile...

Siamo in epoca in cui aumentano le opzioni informative e di intrattenimento ma diminuisce il tempo per fruirle. Abbiamo un eccesso di stimoli e reagiamo, sbagliando, cercando di diventare ancora più multitasking. Si finisce per collezionare frammenti, ritenendo che la velocità possa supplire alla mancanza di approfondimento, ma non è così.
I giornali perdono colpi e si comportano da anni come se nulla fosse successo, e si lamentano perché hanno dimezzato le copie in una decade: articolesse lunghissime, poca capacità di sintesi, quando le ricerche ci dicono che oltre il 60% degli italiani non sa decodificare un articolo di media difficoltà. Eppure basterebbe ispirarsi al passato: Montanelli e Biagi scrivevano editoriali di 60 righe, chiari e assai comprensibili.

In che modo e quanto la comunicazione incide sulla reputazione?

È fondamentale. La comunicazione è il vestito di una istituzione e di una impresa. Un vestito, un abbigliamento dice molto di noi. Ma non basta mettersi una volta sola un bel vestito. Ci vuole continuità. Per tenere alta la propria reputazione imprese e istituzioni sono condannate alla qualità in ogni comportamento e in particolare nella comunicazione. Ma prima di comunicare, occorre aver impostato una strategia, aver stabilito a quale pubblico si vuole parlare, con quali mezzi, avere ben chiaro cosa si vuole che apprenda dalla nostra comunicazione. Insomma è roba da professionisti, mica da dilettanti improvvisati.

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SOCIETÀ E LAVORO - "Il nostro futuro tra paure e lezioni (non sempre) apprese" - Isabella Corradini

unnamedCome si dice spesso, da una crisi nascono delle opportunità: bisogna però essere in grado di riconoscerle e saperne approfittare, per poterne far tesoro e arricchire il bagaglio di esperienze nel corso della propria vita. È ciò che comunemente definiamo “resilienza”. Parola spesso usata (e abusata), la “resilienza” viene applicata alle persone, alle comunità, alle organizzazioni, proprio per evidenziare come la capacità di affrontare eventi stressanti e traumatici possa tradursi in nuova forza, in una riorganizzazione positiva rispetto a quanto accaduto.

La pandemia, che continua ancora a lasciare dei segnali evidenti, ha rappresentato il passaggio da una “comfort zone”, vale a dire quella condizione psicologica nella quale la familiarità delle situazioni rende tutto più sicuro e controllabile, ad una “panic zone”, la condizione opposta, che impone l’adattamento a situazioni diverse, fuori dalla routine. Il passaggio ad uno stato di incertezza e di paura è stato però talmente brusco e improvviso, e soprattutto forzato, che non ha permesso adeguati processi di adattamento. Oggi ci si ritrova a fare i conti con quanto accaduto, ma soprattutto con cosa è cambiato e quali lezioni abbiamo appreso. Ecco alcune riflessioni, che ho discusso nella mia relazione durante gli “Stati Generali dell’Intelligence Economica e del Security Management” organizzati dal Centro Studi CeSInteES di Tor Vergata https://www.cesintes.it/cs-cesintes-stati-generali-2021-15-06-2021/

Gli effetti sulla salute mentale
Dalla paura del contagio alle preoccupazioni economiche, la pandemia ha avuto un impatto anche sulla salute mentale, tanto che secondo la Società Italiana di Psichiatra è possibile parlare di “trauma da pandemia”, con sintomi che vanno da insonnia ad ansia, e che a seconda dell’esperienza vissuta potrebbero persistere ad anni di distanza dalla pandemia.
L’aumento del disagio psichico è un fenomeno da monitorare, anche per i più giovani, costretti ad un cambiamento repentino della quotidianità, scandita durante la pandemia dal distanziamento fisico, lezioni a distanza, stravolgimenti di orario, impossibilità di praticare sport, vacanze rimandate e via dicendo. A fronte di tutto questo, i più giovani non hanno ricevuto il necessario supporto, anche perché nessuno si aspettava una pandemia come quella che ha travolto il mondo intero.
A parte quanto accaduto nell’immediatezza della situazione emergenziale, si discute degli effetti psicologici a medio e lungo periodo. Proprio riguardo a bambini e adolescenti, alcuni esperti che operano nelle ASL e nelle strutture ospedaliere hanno segnalato l’aumento di patologie e problematiche diverse, che vanno dagli attacchi di panico all’alterazione di comportamenti alimentari, all’aumento di atti di autolesionismo. Un tema, quello della salute mentale, che non può assolutamente essere trascurato, soprattutto dopo una pandemia.

Il lavoro da remoto, la nuova normalità
Il 2020 ha rappresentato l’anno dell’accelerazione della trasformazione digitale e dello smart working, proseguito poi nell’attuale 2021. Il lavoro agile rappresenta ormai la nuova normalità per il mondo del lavoro, nonostante il dibattito sui pro ed i contro sia aperto.
Probabilmente nel prossimo futuro si assisterà ad una forma ibrida di lavoro, una combinazione tra attività svolte in presenza e da remoto. Di certo, comunque, se tra i requisiti ispiratori del lavoro agile v’è quello del bilanciamento tra vita privata e vita lavorativa, andranno rivisti alcuni criteri organizzativi. Bisognerà progettare il lavoro agile a “misura di persona” visto che, soprattutto se da casa, questa modalità rischia di diventare una gabbia isolante e di favorire un sovraccarico di lavoro che, nel caso delle donne, vede sommare agli impegni lavorativi quelli famigliari. Purtroppo, infatti, a causa degli stereotipi di genere, sono ancora le donne ad essere associate a ruoli tipicamente casalinghi.

Considerati inoltre gli aspetti di salute e di sicurezza sul lavoro, va considerata la necessità di una rilettura di alcuni rischi psicosociali, tra i quali lo stress lavoro-correlato, dal momento che diverse sono le variabili in gioco, prime fra tutte l’utilizzo sempre più esteso di tecnologie digitali, che ridisegnano il concetto di luogo di lavoro. Vanno dunque fatte riflessioni su chi lavora tante ore in solitudine da casa, riducendo drasticamente i tempi e le possibilità di confrontarsi con i colleghi in presenza, o sul sovraccarico cognitivo determinato dalla quantità di informazioni veicolate dalla continuità e varietà d’uso di strumenti tecnologici per lo svolgimento del proprio lavoro.

Il lavoro agile è un’ottima opportunità, a condizione che sia progettato in modo da avere un effetto positivo sul benessere dei lavoratori e delle lavoratrici, definendo regole chiare e politiche di conciliazione adeguate.

I nostri bisogni sono cambiati?
Una riflessione profonda merita il discorso delle relazioni sociali, sempre più mediate dalle tecnologie digitali. Il recupero della fisicità dei rapporti ha comunque la sua importanza, perché la relazione umana è fatta anche di contatti, di condivisione di esperienze, di pranzi e cene con gli altri, non solo di chat e di videochiamate. Il bisogno di incontrarsi, così come di interagire in presenza in un’aula formativa, se nel 2019 erano la normalità, ora sono una rarità. Questo deve farci riflettere sugli effettivi bisogni umani.
Nel suo celebre modello motivazionale dello sviluppo umano, lo psicologo Maslow (1954) individuò una gerarchia di esigenze biologiche e psicologiche necessarie all’individuo per la sua crescita e il suo sviluppo. Tali esigenze vengono raffigurate in una nota rappresentazione grafica a forma di piramide: dai bisogni fisiologici, che occupano il livello più basso e che attengono alla sopravvivenza (es. cibo e acqua) fino a quelli di autorealizzazione, che si pongono in cima alla piramide e che includono la creatività, la spontaneità, l’accettazione profonda di sé stessi. Tra i due estremi si collocano, subito dopo i bisogni fisiologici: Il bisogno di sicurezza, che fa riferimento alla necessità di assicurarsi un’integrità fisica (la salute) e una dimensione sociale tale da permettere una certa stabilità (ad esempio vivere in un ambiente sicuro); il bisogno di appartenenza, che include le relazioni, l’amicizia, l’affetto, la cooperazione; i bisogni di stima, che riguardano invece il successo, la posizione sociale, il riconoscimento da parte degli altri, la propria autostima.

Fino a qualche anno avremmo detto che si tratta di un modello superato. In realtà, il distanziamento fisico e le costrizioni che ha comportato la pandemia hanno in qualche modo stimolato la riflessione sulla priorità dei bisogni umani. Per quanto, quindi, la visione gerarchica di Maslow sia ormai considerata troppo semplicistica, dal momento che vede la soddisfazione dei bisogni umani secondo una scala gerarchica, da quelli di ordine inferiori fino a quelli di ordine superiore, vale comunque la pena ricordare che l’uomo, in quanto essere sociale, resta particolarmente sensibile ad alcuni specifici bisogni, come quello della relazione umana. Basti pensare ai momenti di solidarietà durante le fasi più critiche della pandemia, come, ad esempio, il cantare insieme ognuno dal proprio balcone in segno di vicinanza.
Per non parlare poi di chi ha perso il lavoro e la propria fonte di reddito, trovandosi nella condizione di soddisfare un bisogno primario - per riprendere il modello di Maslow - come quello della sussistenza.

Oltre la dimensione individuale
Molti continuano ad interrogarsi se la pandemia abbia prodotto un cambiamento nelle persone. Va da sé che ognuno ha vissuto tale esperienza in modo diverso e ne ha dato una sua lettura, rapportandola ai suoi bisogni, alle sue certezze e alle sue paure.
Il rischio maggiore è che passata la tempesta si ritorni a fare quello che si faceva prima senza la consapevolezza di quanto questa lezione abbia insegnato nella sua drammaticità. Prima di tutto l’importanza della solidarietà.

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CULTURA E SOCIETÀ - "Umani e macchine nello specchio dei tempi" - Marco Mozzoni

EU-OSHA

 

I francesi stanno realizzando con le nanotecnologie circuiti ancora più minuscoli dei microchip. Emulano il funzionamento delle reti nervose umane, ma a velocità incredibilmente superiori. Si chiamano nanoneuroni e si parlano attraverso nanosinapsi1.
Sembra che per superare i nostri limiti non possiamo che replicare le strutture della nostra stessa natura, modellando macchine con potenza di calcolo infinita racchiusa nell’infinitesimale.

Formalmente, non è un’idea nuova. Le Reti Neurali Artificiali nascono negli anni Cinquanta del secolo scorso con Rosenblatt2 e i suoi percettroni, che simulano in circuiti elettrici il comportamento di neuroni capaci di apprendere dai dati3. Qualche anno più tardi, “IBM e i sette nani”4 assemblano cervelloni a cui non bastano intere pareti per venire alloggiati.
Gli umani si sono sempre riflessi nelle macchine da loro prodotte a ricalco di sé. Nel grande o nel piccolo, è indifferente. In un rapporto a doppio senso di marcia e a doppio filo. C’è come una sorta di istintiva interdipendenza.

Sarà per questo che nella psicologia cognitiva la metafora del cervello che funziona come un computer è ancora dura a morire. Si fa presto però, quando qualcosa non va, a dire che “le macchine” non sono flessibili, mancano di elasticità, di fluidità, che non hanno le intuizioni dell’essere umano... Ma se sono sempre state fatte a nostra immagine e somiglianza!

Intanto la tecnologia ci “assiste” e non poco. In alcuni ospedali ci sono robot che aiutano i pazienti a riacquistare le funzioni motorie perdute e interfacce simbiotiche cervello-computer che permettono di comunicare anche a chi è devastato da gravi patologie neurologiche.
Applicazioni meno futuristiche ma altrettanto importanti sono impiegate nella riabilitazione dei disturbi del linguaggio e dell’apprendimento. Problemi che, secondo la National Education Association americana, sono cresciuti del 30% nell’ultimo decennio tra i giovani studenti5.
Da qui la diffusione di app come Ginger e Ghotit – solo per citare le più note – che aiutano chi soffre di dislessia (difficoltà di lettura) e di disgrafia (difficoltà di scrittura) a ritrovare una relativa autonomia6.

Da un lato dunque le nuove tecnologie, applicate in modo intenzionale e a scopo riparativo dimostrano utilità e vantaggi, dall’altro non mancano di presentare il conto nel quotidiano. Riplasmando le nostre esistenze in modi che un tempo si sarebbero definiti subliminali, perché – come i virus – riescono ad apportare modifiche di programma al di sotto della soglia cosciente.
È un dato di fatto che le nostre abilità cognitive, emozionali e sociali stiano cambiando sull’onda di una digitalizzazione accelerata dagli eventi. Influenzando la nostra vita professionale, le nostre relazioni, fino alla sfera più intima del come e con chi fare l’amore. I ricercatori del Dartmouth College, celebre per aver dato i natali più di settanta anni fa, con John McCarthy7 e colleghi, all’intelligenza artificiale, hanno scoperto che quando leggiamo usando dispositivi digitali tendiamo a focalizzarci solo sui dettagli, non più sull’interpretazione delle informazioni con una visione d’insieme; modificando così il nostro modo di pensare8.
Altri ancora mettono in guardia dal florilegio sintomatologico che va dalla perdita della memoria naturale alla riduzione delle capacità empatiche, dall’aumento dell’impulsività alla ben nota assuefazione che porta alla dipendenza9.
“Nella loro evoluzione – spiegano i paleoantropologi dell’Università di Lione – gli esseri umani hanno sempre sviluppato e migliorato le loro tecnologie: oggi però impiegano strumenti così sofisticati da non riuscire più a comprendere i principi che vi stanno alla base”10.
È qui il nodo. Non è allora giunto il momento di uscire dal flusso per tentare una riflessione alla vecchia maniera? Fa piacere che lo stiano facendo dei giovanissimi. E che in quanto a professione abbiano scritto sul biglietto da visita “filosofo della scienza”.
Tra questi, vi è anche la nostra Francesca Bellazzi11, laureata a Milano in Cattolica. Oggi, insieme ad altri dottorandi dell’Università di Bristol nel Regno Unito, ha avviato un progetto di ricerca dal nome curioso: MetaScience (metascienza). Finanziato dall’Unione Europea con fondi Horizon, mira a trovare una strada a una possibile “unità delle scienze”12. Impresa ambiziosa, come ammette, ma stringente.
Le neuroscienze in certo modo sono state un banco di prova. Sia sul versante critico, con lo smascheramento delle perniciose metafisiche implicite, agenti nell’ombra del dato interpretato. Sia sul versante del superamento, con la riapertura delle porte alla ragione speculativa, dopo tanto digiuno. Che ha portato molti a riabbracciare la Filosofia e il suo rigore metodologico.
Non sarà un caso che la National Academy of Sciences americana, con la nuova rivista Nexus (il cui primo numero è previsto in uscita a gennaio del prossimo anno), abbia deciso di promuovere una “multi- trans- inter- disciplinarità”13 tra biologia, fisica, scienze sociali, ingegneria, salute ecc. Con un certo po’ di ritardo, in verità.
Ma va bene così, perché a suo modo aiuta a far capire che è ora di fare un passo in avanti rispetto alla frammentazione dei saperi, all’iperspecializzazione di formazioni e ruoli, che rendono inflessibili e immediatamente obsolescenti le conoscenze, per riconciliarci con le radici profonde di un sapere in atto in grado di penetrare la stratificata complessità del mondo e di una saggezza nello “spirito dei tempi” che sappia guidarci nella costruzione di un futuro autenticamente sostenibile.

1 Julie Grollier, “Nano-Neurons for Artificial Intelligence”, CNRS/Thales, France. November 2020. https://www.telecom-
paris.fr/wp-content-EvDsK19/uploads/2020/11/IP-Paris-EE-IA-DAY-Julie-Grollier.pdf
2 Franz Rosenblatt, psicologo americano anticipatore dell’intelligenza artificiale, ha inteso riprodurre l’elaborazione delle informazioni che avvengono nel cervello umano sviluppando un modello fisico matematico implementato nel 1957 su computer IBM 704 presso il Cornell Aeronautical Laboratory di Ithaca, NY. https://ieeexplore.ieee.org/
abstract/document/9070967 accesso: 16/06/2021.
3 Marco Mozzoni, “Alzheimer. Come diagnosticarlo precocemente con le Reti Neurali Artificiali”, Franco Angeli Editore, 2010. In questo libro avevo anticipato di almeno un decennio la possibile applicazione clinica dell’analisi non lineare dei dati con applicativi di intelligenza artificiale a malattie e disturbi i cui “marcatori” sono solo probabili, fornendo un quadro di sintesi dello stato dell’arte della ricerca in materia. https://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?Id=17627
4 Burroughs, Control Data, General Electric, Honeywell, NCR, RCA, e UNIVAC, rispetto a IBM. Wikimedia. Accesso: 11/06/2021 https://it.wikipedia.org/wiki/Mainframe
5 National Education Association (NEA), Special Education, accesso: 15/06/2021 https://www.nea.org/student-success/smart-just-policies/special-education
6 Brian Neese (Alvernia University), “15 Assistive Technology Tools & Resources For Students With Disabilities”, TeachThough, accesso: 15/06/2021 https://www.teachthought.com/technology/15-assistive-technology-tools-resources-for-students-with-disabilities/
7 Matematico e scienziato cognitivo americano, ha insegnato a Princeton, a Stanford, al Dartmouth College, al MIT di Boston. È uno dei padri dell’Intelligenza Artificiale, insieme a Marvin Minsky, Nathaniel Rochester, Claude Shannon, con il famoso “manifesto” dell’estate 1956 che fonda la disciplina al Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence. https://en.wikipedia.org/wiki/John_McCarthy_(computer_scientist) accesso: 16/06/2021
8 Dartmouth College, “Digital media may be changing how you think. New study finds users focus on concrete details rather than the big picture”, ScienceDaily, May 8, 2016 https://www.sciencedaily.com/releases/2016/05/160508151944.htm
9 Marianne Stenger, “How Digital Technology Shapes Cognitive Function”, informED, January 24th, 2019 https://www.opencolleges.edu.au/informed/features/digital-technology-shapes-cognitive-function/
10 F. Osiurac et al., “How Our Cognition Shapes and Is Shaped by Technology: A Common Framework for Understanding Human Tool-Use Interactions in the Past, Present, and Future”, Front. Psychol. 9:293. doi: 10.3389/fpsyg.2018.
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11 https://metascience.xyz/francesca-bellazzi
12 Tuomas E. Tahko, “Unity of Science”, Cambridge University Press, 2021
13 National Academy of Sciences, “National Academy of Sciences launches New Open Access Journal, PNAS Nexus, in Partnership with Oxford University Press”, News from NAS, May 20, 2021 http://www.nasonline.org/news-and-multimedia/news/pnas-nexus-2021.html

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ECONOMIA E PAESE - "Intelligence Economica per un cambio di passo" - Francesco Farina

Foto di BCP – BioCarbon Partners, Zambia

Ebbene sì, parrebbe che il processo culturale di sdoganamento dell’intelligence economica stia finalmente assumendo corposità, a 40 anni da quando Francesco Cossiga a modo suo ne evidenziava l’esigenza storica, e a quasi 15 anni da quando con la Legge di riforma 124 del 2007 per la prima volta veniva contemplata nella normativa italiana assegnandone le spettanze di competenza dei servizi di informazione delle Repubblica, a 10 da quando abbiamo inaugurato a Tor Vergata il primo Master di II livello in Italia sull’Intelligence Economica.
Sta entrando innanzitutto nel linguaggio, perché oltre agli addetti del settore, politici giornalisti e burocrati, sempre più la contemplano col suo nobile appellativo di “intelligence economica” o “economic intelligence” evitando di banalizzarla come semplice “business intelligence”.

L’intelligence economica è una “filosofia”, una funzione, a servizio e a supporto del sistema paese per un beneficio collettivo (intelligence economica istituzionale) e a supporto delle aziende che compongono il sistema paese per un beneficio individuale (intelligence economica aziendale). Ha come necessario presupposto il fare sistema, con alla base una architettura informativa e di analisi al servizio delle decisioni strategiche, strutturata con concetti, strumenti, metodologie, conoscenze e competenze sviluppate in diversi contesti, commerciali come istituzionali, accademici come operativi, scientifici come industriali.

Oggi le “intelligence economiche” di tutti gli Stati, si stanno rinvigorendo, alla ricerca in primis di compromessi ed equilibri tra salute ed economia, ma soprattutto di vantaggi competitivi sulla limitazione dell’impatto economico, e alla ricerca di soluzioni per anticipare gli altri Stati nell’uscita dal tunnel, e goderne i benefici.
Sono evidenti le tracce di una “intelligence economica vaccinale” con stati sovrani a ricercare la propria indipendenza, una formula vaccinale “proprietaria” o addirittura “supportare” le proprie farmaceutiche, in quello che è diventato di fatto il più grande business farmaceutico probabilmente di sempre.
La pandemia ha evidenziato e accentuato il preoccupante gap e la dipendenza nei confronti di altri paesi, sanitario come tecnologico, di approvvigionamento di materie prime, indispensabili per la costruzione delle catene del valore delle transizioni ecologiche e digitali tanto proclamate.
Preoccupante la crisi occupazionale ma anche la crisi di liquidità attesa, con rischio di cessione di aziende e marchi “nazionali” a investitori stranieri non sempre generatori di valore e occupazione, e spesso speculativi.

Quale migliore occasione quindi per iniziare a fare dell’intelligence economica una leva strategica anche in Italia? Per il supporto alla resilienza sanitaria ed economica di cittadini aziende e paese, ma soprattutto per generare “disruption”, ovvero un cambiamento repentino con nuovi e differenti, modi di fare, pensare, progettare.
Per cogliere gli insegnamenti della crisi pandemica, ripensare agli errori, e creare i presupposti per sfruttare al meglio le opportunità che si presenteranno.
Per non perdere l’occasione dei piani di recovery, e dei parametri europei “congelati”, creando debito si, che sia in grado di produrre benefici, di ripagarsi senza configurarsi come mero trasferimento sulle generazioni future.

Il supporto di un sistema di intelligence economica ci deve guidare non solo a spendere ma spendere bene, a moltiplicare il valore degli investimenti che ci si accinge ad avviare, a costruire informazioni e analisi strutturate, “universalizzando” il concetto di by design nella costruzione di scenari e nella valutazione degli impatti. Speculazione, mancato controllo delle catene di distribuzione e dipendenza delle catene di approvvigionamento, stanno già causando importanti fenomeni inflattivi sulle incentivazioni a manutenzioni e ristrutturazioni (punte di oltre il 60% su ponteggi, infissi, maestranze, materie prime etc.).
Il decisore strategico istituzionale verrebbe supportato nella definizione delle policies sugli investimenti, sui settori da interessare, sulle innovazioni tecnologiche e di processo da cogliere, sulle correlazioni ed implicazioni sulle catene del valore, nel monitoraggio delle politiche e degli investimenti.

L’occasione sarebbe buona anche per definire ed avviare strategie di correzione delle «anomalie» che caratterizzano e depauperano il nostro sistema, normative, fiscali, energetiche, procedurali, territoriali, occupazionali, produttive.
Il definitivo sdoganamento della funzione di ’intelligence economica, nella sua doppia accezione di perseguimento della sicurezza e della competitività economica di un Paese, deve e può essere determinante per puntare ad una logica di moltiplicatore interno, privilegiare catene del valore che spingano l’economia dei territori, alimentare un percorso virtuoso che favorisca crescita occupazionale, la fiducia in cittadini e imprenditori, inducendo cosi il rilancio dei consumi generando nuovo valore pubblico quanto privato.

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PROGRAMMA IL FUTURO - "Il bilancio di Programma il Futuro 2021" - A cura di Reputation Agency

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Un anno ricco di iniziative per ‘Programma il Futuro’ progetto del Ministero dell’Istruzione e del Laboratorio Informatica e Scuola del CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale Informatica) volto a diffondere nelle scuole le basi scientifiche dell’informatica e l’uso consapevole delle tecnologie digitali.
Il punto sulle attività è stato fatto il 18 giugno scorso, in occasione della premiazione del concorso “Informatica e responsabilità sociale”, organizzato nell’ambito delle iniziative del progetto. Il concorso ha preso spunto dai principi ispiratori del Manifesto di Vienna sull’Umanesimo Digitale – tra i quali l’importanza di progettare i sistemi digitali in base ai valori e ai bisogni umani – e da concetti chiave quale democrazia, inclusione, rispetto della privacy, uguaglianza.

In modalità online sono state premiate 15 classi (della scuola sia primaria che secondaria) che hanno ricevuto utili kit d’informatica. Ad annunciare i vincitori sono stati i partner del progetto: Eni (filantropo), Engineering (benefattore) e SeeWeb (donatore). 
Sono state attribuite 86 menzioni d’onore per premiare quelle classi che, pur non avendo vinto, si sono distinte per la qualità degli elaborati sottomessi al concorso. Assegnate anche 28 menzioni di merito alle scuole e 23 menzioni di merito ai docenti per premiare istituti ed insegnanti che si sono maggiormente impegnati nel concorso con l’invio di numerosi elaborati. Infine, 12 attestati di fedeltà sono stati riconosciuti a quei docenti che hanno partecipato alle ultime tre edizioni dei concorsi lanciati dal progetto.
Ulteriori dettagli e l’evento di premiazione sono disponibili a questo link: https://programmailfuturo.it/notizie/il-settimo-anno-del-progetto/chiusura-settimo-anno

Alcuni dati del nuovo monitoraggio
Nel frattempo si registrano traguardi importanti per Programma il Futuro. Lanciato nel dicembre del 2014, il progetto ha già coinvolto 3 milioni di studenti, nonostante la difficilissima situazione creata dalla pandemia negli ultimi 2 anni e il conseguente impatto sull’organizzazione delle lezioni a scuola. Allo stato attuale comunque sono 40.000 gli insegnanti iscritti alla piattaforma del progetto, che finora ha coinvolto più dell’85% delle scuole italiane.
Interessante anche il riscontro sulle guide didattiche del progetto, rivolte a insegnanti e genitori e dedicate alla “Cittadinanza digitale consapevole”: i materiali formativi messi in rete hanno già raggiunto i 100.000 download e le visualizzazioni dei relativi video hanno superato le 300.000.
Il team di Programma il Futuro è già al lavoro su nuovi materiali per il prossimo anno a partire dal monitoraggio condotto dal Centro Ricerche Themis, che anche quest’anno ha valutato il livello di partecipazione da parte di docenti e studenti e analizzato i trend sul tema della consapevolezza digitale.

Le risposte al questionario sono pervenute da un campione di 1.764 insegnanti di ogni ordine di scuola, dall’infanzia alla secondaria di secondo grado, con una larga rappresentanza della primaria. Interessanti i risultati emersi. Se da un lato, infatti, studenti e professori sono sempre più chiamati a far uso delle tecnologie digitali per studiare, lavorare e comunicare, il timore che ne deriva è che l’eccessivo utilizzo di social e app rischi di trasformarsi in una vera e propria “tecnodipendenza’’.

Oltre la metà degli insegnanti, il 56%, ritiene che il rischio maggiore dell’uso di social e app sia rappresentato dalla “dipendenza”

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Percentuale di rischio che cresce decisamente quando viene chiesto ai professori di valutare il rischio al quale sono esposti studenti e studentesse: in questo caso si arriva al 73%, mentre al secondo posto di rischio viene indicato quello di “incontri pericolosi” in rete (63%).

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YouTube e Facebook risultano i social network più utilizzati dai docenti, rispettivamente con 83% e 71%, mentre tra le app di messaggistica stravince WhatsApp con il 97% e si osserva una crescita dell’uso di Telegram con il 36%.

La metà circa dei docenti interpellati, esattamente il 54%, dichiara di dedicare meno di un’ora al giorno ai social e il 45% del campione spende un tempo equivalente con le app di messaggistica.

Il monitoraggio ha coinvolto, con un focus specifico, anche un campione di 120 ragazzi e ragazze con età superiore ai 14 anni, che hanno confermato la percezione del rischio “dipendenza” indicato da uno su due degli interpellati. Tra questi giovani Instagram è il social più usato (83%) insieme a YouTube (80%).

Interessante il dato sulla consapevolezza digitale: secondo il 53% del campione di studenti il “senso di responsabilità” costituisce l’elemento primario per sviluppare consapevolezza d’uso nelle tecnologie digitali, seguito dalla conoscenza di “come funzionano” (51%); mentre sia nel campione totale dei docenti così come nel sottoinsieme dei docenti delle superiori, è la “conoscenza dei rischi” a rappresentare l’aspetto necessario per un uso consapevole delle tecnologie digitali.

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Nell’attesa del nuovo anno scolastico, prosegue l’impegno del coordinatore del progetto, Enrico Nardelli, e di Isabella Corradini, responsabile dell’area Cittadinanza digitale consapevole, che sul tema dell’Umanesimo digitale, hanno rilanciato in un recente TEDx il messaggio dell’importanza di considerare le persone al centro dello scenario digitale.

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CULTURA E SOCIETÀ - "Rigenerare i borghi: il Farm Cultural Park" - a cura della Redazione

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Come dal degrado e dall’abbandono può nascere un progetto culturale

La Sicilia è famosa nel mondo per il suo patrimonio naturale, culturale e artistico d’eccezione, ma non tutti sanno che l’isola ospita anche un borgo d’arte internazionale, divenuto ormai un centro culturale di riferimento. A Favara (provincia di Agrigento), poco più di dieci anni fa, è nato il progetto Farm Cultural Park, che ha rigenerato il centro storico abbandonato del paese portandolo a ricoprire un ruolo rilevante nel panorama artistico contemporaneo. Un’eccellente pratica concreta di come si possa offrire nuova vita a luoghi ricchi di storia e di passato, anche in una zona interna, creando occasioni di aggregazione e turismo. La storia di Favara ne è un chiaro esempio.

Farm Cultural Park nasce nel 2010 dall’idea di due persone, ma anche dall’evento tragico del crollo di un palazzo nel centro storico che determina la morte di due bambine, ponendo così all’attenzione i rischi derivanti dalla presenza di edifici trascurati e in stato di abbandono. Tali strutture, infatti, oltre al pericolo concreto di crollo, spesso si prestano al proliferare di attività illegali. L’evento drammatico scuote la comunità e spinge i due creatori ad accelerare la nascita di un progetto ideato che, pochi mesi dopo, apre i battenti, portando a nuova vita i sette cortili di Favara, popolandoli di mostre d’arte e salvandoli da una strada che sembrava avere solo due possibili sbocchi: l’abbattimento o la ghettizzazione. I due creatori iniziano ristrutturando due dei palazzi che si trovano nei sette cortili e inizia il cambiamento di Favara
(https://www.farmculturalpark.com/i-luoghi/).
Un anno dopo, il progetto si espande ulteriormente e Farm Cultural Park diventa un centro espositivo, che inizia ad attrarre artisti ed esperti d’arte contemporanea da tutta la Sicilia e da fuori, arrivando a partecipare, nel 2012, alla Biennale Architettura di Venezia. Favara inizia così ad attrarre turismo d’arte e nel suo terzo anno di vita cresce ulteriormente, dando vita al Favara Urban Network, un progetto culturale per il Castello Chiaramonte seguito poi dall’ ospitare “In Medi Terraneum 2013”, il Festival Internazionale di Video arte. Negli anni successivi Farm Cultural Park cresce ancora, consolidando la sua posizione internazionale e avviando collaborazioni con enti come l’ENAU di Tunisi, con cui crea “l’Oasi Architecture Challenge”, un progetto che si pone anche l’obiettivo di una costruzione di una relazione culturale tra la Sicilia ed i paesi del Maghreb. Nel 2015 arriva quello che viene definito il progetto più ambizioso del Farm Cultural Park, il Farm Children‘s Museum, “un luogo per il futuro dove i bambini di tutte le età, potranno giocare, imparare e sognare, per coltivare pensiero critico, responsabilità sociale e consapevolezza globale” (https://www.farmculturalpark.com/la-nostra-storia/).

Negli anni successivi sono molti i progetti che prendono vita nell’ambito del Farm Cultural Park: nel 2015 “Polmoni urbani”, teso a finanziare progetti di rigenerazione urbana in Sicilia, nel 2016 “Urban Farmer”, un ciclo di incontri che attrae persone da tutta la Sicilia, mirato a individuare le modalità di esportazione di questo modello di successo in altre città. Nello stesso anno prende vita la SOU, scuola di architettura per bambini, per sensibilizzare i bambini ai temi dell’urbanistica e dell’architettura, ma anche alla costruzione di comunità e all’agricoltura urbana. Nel 2017 viene ospitato “OPP Festival – Energie U18”, un festival che mira a creare opportunità (da qui OPP) per i giovanissimi, stimolandone la creatività e confermando il ruolo centrale di Farm Cultural Park nel panorama creativo, artistico e innovativo giovanile.

Ma il percorso non è sempre stato facile: nell’estate del 2017 il Comune di Favara pone i sigilli a due opere d’arte, contestandone l’utilizzo di suolo pubblico al Farm Cultural Park. Anche se i sigilli vengono ritirati nell’arco di alcune settimane, la vicenda stimola una riflessione sul tema dei centri culturali indipendenti e sull’arte contemporanea. Nel 2018, Favara vince il premio “PRENDI PARTE! Agire e pensare creativo” promosso dalla Direzione Arte, Architettura contemporanee e Periferie Urbane (DGAAP) del Ministero per i Beni e le attività culturali con il progetto “Libera tutti”, rivolto a giovani donne residenti in provincia di Agrigento, che intende attivare un processo culturale e sociale di autodeterminazione. Nel 2019 Farm Cultural Park inaugura Countless Cities, una mostra biennale in cui artisti di tutti i tipi raccontano le città, anche con linguaggi molto diversi tra loro, focalizzandosi su tre temi: governance, nuova consapevolezza dei giovani e città resilienti.
Nel settembre del 2020 viene realizzato “SI - South Italy Architecture Festival 2020”, con l’obiettivo di creare occasioni di scambio e confronto sul ruolo che l’architettura riveste nella creazione di comunità e sulla sua connotazione sociale. Il festival ha visto coinvolti, oltre agli architetti, anche urbanisti, artisti, botanici, antropologi, provenienti da ogni parte del mondo, per sostenere Favara e la sua economia nell’ottica di valorizzazione del percorso di progettazione partecipata e della fruizione degli spazi pubblici e privati (https://www.farmculturalpark.com/project/).
Queste sono solo alcune delle iniziative ideate e realizzate nel borgo di Favara. Oggi i sette cortili sono diventati una galleria d’arte a cielo aperto, luoghi di incontro e socializzazione. I loro edifici ospitano residenze d’artista, conferenze e concerti, con tanto di giardino segreto e tetto “commestibile” (https://www.farmculturalpark.com/i-luoghi/).

Ciò che ha reso possibile tutto questo è stata la visione di due persone, Florinda e Andrea, che portando la bellezza e la voglia di prendersi cura dei luoghi all’interno del Borgo, ne hanno arrestato la decadenza e il degrado, restituendoli a nuova vita e attraendo su Favara sguardi nuovi, che hanno generato una nuova comunità, via via sempre più numerosa, composta oggi da esperti d’arte e architettura, ma anche di volontari, studenti e sostenitori, vicini e lontani, del Farm Cultural Park (https://www.farmculturalpark.com/le-persone/)..

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Eni Chiara
  

 

SALUTE E SICUREZZA - "Adattare i luoghi di lavoro per la salute dei lavoratori" - a cura dI Reputation Agency

borgo di fiume

Consigli e strumenti a supporto per la gestione dei disturbi muscolo-scheletrici

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La prevenzione dei disturbi muscoli scheletrici è l’oggetto della campagna che l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro (EU-OSHA) ha avviato nel 2020 e proseguirà fino al 2022. Un tema importante, considerato che i disturbi muscolo scheletrici (DSM) sono tra i disturbi più comuni sul lavoro e che l’estesa applicazione del lavoro agile ha determinato nuove necessità di analisi dei fattori di rischio e di intervento.
Tra le attività utili alla prevenzione e al supporto di tali disturbi va segnalato l’adattamento dei luoghi di lavoro, che dovrebbero essere progettati nel modo più inclusivo possibile, pensando a tutte le tipologie di lavoratori e lavoratrici e considerando anche che chi soffre di disturbi muscoloscheletrici cronici (DMS), potrebbe aver bisogno di ulteriori misure di intervento.

Gli adattamenti sul posto di lavoro sono spesso rapidi, economici e semplici da implementare. Eppure, possono avere un impatto significativo sui lavoratori e aiutare a prevenire lo sviluppo o l’ulteriore aggravamento di una condizione muscoloscheletrica cronica. Alcuni di questi cambiamenti potrebbero dover essere permanenti, mentre altri potrebbero essere temporanei come parte di un programma di ritorno al lavoro.
Di seguito alcune raccomandazioni per un efficace adattamento del luogo di lavoro.

Stabilire una cultura di supporto e comunicazione

Un modo efficace per cominciare a “trasformare” l’ambiente di lavoro in funzione delle esigenze dei lavoratori è incoraggiare i lavoratori a comunicare in modo aperto e onesto. Ancora meglio se la comunicazione riesce a coinvolgere, oltre al lavoratore, il supervisore, le risorse umane e il fornitore di assistenza sanitaria, in modo da garantire un approccio congiunto nell’affrontare i disturbi muscoloscheletrici. Il consiglio medico è particolarmente importante, poiché aiuterà a informare sul tipo di supporto necessario. Ovviamente, le informazioni mediche possono essere condivise solo con il permesso del lavoratore.
Determinare quali adattamenti sul posto di lavoro sono necessari nella pratica è un processo di apprendimento; questo significa che i datori di lavoro dovrebbero concedere del tempo per provare diverse misure e verificare quale sarà più efficiente e utile. Nella maggior parte dei casi, è probabile che si renda necessaria una combinazione di misure.

Strumenti ad hoc

Attraverso la comprensione delle esigenze del lavoratore, i datori di lavoro sono in grado di affrontare soluzioni su misura per supportare il lavoratore nelle sue attività quotidiane. Questi includono l’acquisto di strumenti e attrezzature specializzati, come un mouse o una tastiera ergonomici, un software di dettatura vocale o un auricolare wireless per rispondere al telefono. Sono inoltre consigliabili attrezzature per prevenire problematiche legate a periodi di seduta prolungati, come una scrivania per sedersi/in piedi regolabile in altezza, un cuscino per alleviare la pressione o uno sgabello pieghevole per le visite in loco.
Per i lavoratori con condizioni croniche più debilitanti, i datori di lavoro potrebbero dover installare adattamenti permanenti come corrimano o porte automatiche e comunque prendere in considerazione questi adattamenti a lungo termine, al fine di migliorare l’accessibilità e l’inclusività del posto di lavoro, oltre a sostenere i lavoratori che potrebbero sentirsi a disagio o stigmatizzati quando richiedono tali misure.

Compiti, doveri e orari di lavoro

Accanto agli adattamenti fisici per supportare le condizioni muscoloscheletriche croniche, ci sono anche adattamenti di tipo organizzativo da considerare. Questi includono lo scambio o la rotazione delle attività tra i membri del team per evitare lavori più impegnativi dal punto di vista fisico, l’opportunità di fare pause regolari e brevi, stabilire i ritmi di lavoro per evitare l’affaticamento, oltre alla possibilità di assegnare la persona a compiti diversi se non è più in grado di continuare nel suo ruolo attuale.
La flessibilità in termini di orari e luoghi di lavoro è importante anche quando si tratta di supportare i lavoratori con patologie muscoloscheletriche croniche. Alcuni lavoratori possono trarre vantaggio da un adeguamento dei loro schemi di lavoro; ad esempio, possono iniziare a lavorare più tardi se il dolore risulta essere peggiore al mattino o per evitare di dover stare in piedi sui mezzi pubblici durante il tragitto verso il posto di lavoro. Consentire ai lavoratori di ricorrere al telelavoro nei giorni in cui il loro dolore è particolarmente grave è un modo per prevenire l’aggravarsi della loro condizione.
È importante tenere presente che le condizioni possono cambiare nel tempo, quindi le misure devono essere riviste per verificare che siano costantemente efficaci.

Fonte: EU-OSHA:
https://healthy-workplaces.eu/it/media-centre/news/how-adapt-workplaces-support-workers-musculoskeletal-health

Per approfondire su casi di studio vedi:
https://healthy-workplaces.eu/en/media-centre/news/msd-case-studies-read-about-real-life-examples-supporting-workers-chronic-msds

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IDEE DI VIAGGIO - "Il Museo Filangieri a Napoli, tra presente e futuro" - a cura della Redazione

Sant'Angelo

Rubrica dedicata alla valorizzazione di luoghi del nostro territorio che abbiamo visitato o eventi ai quali abbiamo partecipato. Ripartire dal territorio e dal nostro patrimonio storico, artistico e culturale è un modo per riconnettersi con la bellezza e aprire la mente a nuove esperienze.

Una tappa doverosa per chi vuole riscoprire luoghi storici del nostro Paese. Un museo principesco che nasce all’interno di uno splendido palazzo del Quattrocento, Palazzo Como, dove è possibile ammirare una collezione eterogenea di oggetti di diversa provenienza e periodi. Questo luogo ricco di storia deve la sua nascita all’illuminato principe di Satriano Gaetano Filangieri (nipote dell’omonimo giurista napoletano), che nel 1881 fece un’offerta al Comune di Napoli per raccogliere nel Palazzo Como – destinato inevitabilmente alla distruzione per via degli scriteriati interventi di risanamento dell’epoca – le sue straordinarie collezioni d’arte. Un omaggio alla città natale accolta favorevolmente dal Comune. Nacque così il Museo civico Filangieri, soprannominato il “palazzo che cammina” perché, per salvarlo dall’abbattimento, fu smontato e ricostruito ad una distanza di 20 metri lungo via Duomo.
Il Museo Filangieri raccoglie circa 2.000 prodotti artistici, oltre a più di 10.000 monete e medaglie, libri, pergamene e documenti di archivio, a testimonianza dei molteplici interessi culturali del principe.
Questa splendida dimora si presta anche all’organizzazione di eventi, quali convegni e cene di gala. Di recente è stata la location ideale per un TEDx registrato a Napoli sul tema dell’Umanesimo Digitale, proprio per ricordare come nell’attuale scenario digitale, nel quale siamo tutti immersi, sia fondamentale recuperare la centralità degli aspetti umani e culturali.
Info: https://filangierimuseo.it.

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francoangeli
  

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REPUTATION today - anno VII, numero 29, giugno 2021

Direttore Responsabile: Giuseppe De Paoli
Responsabile Scientifico: Isabella Corradini
Responsabile area Sistemi e Tecnologie: Enrico Nardelli
Redazione: Ileana Moriconi
Grafica: Paolo Alberti

Pubblicazione trimestrale registrata presso il Tribunale di Roma il 13/02/2014 n. 14

RA neltuonome

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via Veturia 44- 00181 Roma
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Gli argomenti proposti debbono essere correlati agli aspetti gestionali, organizzativi, giuridici e sociali delle seguenti aree: comunicazione e social media; reputazione aziendale; società, cultura e reputazione; buone pratiche; reputazione on line; misurazione della reputazione.
Il sommario dovrà chiarire lo scopo e le conclusioni del lavoro e non dovrà superare le 300 battute (spazi inclusi).
Didascalie e illustrazioni devono avere un chiaro richiamo nel testo.
La bibliografia sarà riportata in ordine alfabetico rispettando le abbreviazioni internazionali.
La Direzione, ove necessario, si riserva di apportare modifiche formali che verranno sottoposte all’Autore prima della pubblicazione del lavoro.

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