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Reputation Today n° 24 - marzo 2020


EDITORIALE - "Coronavirus, ripartire cambiando" - Giuseppe de Paoli

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La diffusione del corona-virus in Cina, Europa, America, Giappone ed in gran parte dei paesi asiatici e nordamericani, è la sfida più grande affrontata dal dopoguerra a oggi. Una sfida inquietante che al momento non è conclusa e comporta ancora grande dolore.

Il nuovo virus ha dimostrato che siamo molto più fragili di quello che credevamo tanto più se ci paragoniamo a realtà pesanti – che abbiamo sempre esorcizzato – come quella delle persone che vivono in zone di guerra.
Ha dimostrato come si fa in fretta a trovarsi nel ruolo degli untori, senza averne colpa, quando i turisti italiani sono stati bloccati alle frontiere.

L’epidemia, sottovalutata inizialmente dai “decisori” politici, sta mettendo a dura prova il nostro modello economico e ha evidenziato la discontinuità del nostro sistema sanitario, per tanti versi ottimo.
Ha scatenato angoscia e panico (che sono ben peggio della fisiologica paura) perché il virus è un nemico invisibile, silenzioso, che si diffonde molto rapidamente e può colpire quando meno te lo aspetti.

Una situazione difficilissima da affrontare che ha favorito atteggiamenti iperemotivi e scomposti come gli assalti ai supermarket o l’incetta (e i furti) di mascherine o, peggio, le rivolte nelle carceri scatenate dalla paura del contagio.
La gestione bulimica dell’informazione, con i famosi bollettini ad ore fisse – come in guerra – le estenuanti dirette dalle zone a rischio, la diffusione continua di notizie allarmanti, spesso contraddittorie a volte rivelatesi false, ha aumentato la confusione invece che vincere la paura.

Siamo stati costretti a limitare gli incontri, a rinunciare a cinema, spettacoli, viaggi e “invitati” a stare a casa, cosa che sembrava un incubo ma in realtà ci ha dato modo di rivedere meglio ciò che di solito diamo per scontato: il valore del tempo, per esempio, al di là dell’aspetto monetario e la libertà di dedicarci meglio a cose che ci piacciono. Questo almeno inizialmente.

Superato il primo smarrimento e convivendo con la difficoltà a cambiare abitudini, abbiamo comunque cominciato a capire che questi tempi dilatati, questa assenza forzata dal lavoro, questo clima surreale, ci “spingevano” a nuove considerazioni.

Per esempio a rivalutare il valore delle relazioni, familiari e non – cosa che il virus sembra negare imponendoci di mantenere la distanza di sicurezza – ad entrare in una situazione più meditativa; a prendersi cura di noi tutelando anche gli altri; a vivere bene il maggior tempo a disposizione.

Dopo lo spaesamento iniziale abbiamo cominciato ad usare il buon senso, a capire che certamente la nostra libertà veniva limitata, ma questo non voleva dire smettere di vivere.
Abbiamo cominciato a organizzarci, a capire che questo è il tempo della solidarietà non della competizione; il tempo di guardare chi sta peggio; il tempo dell’ascolto, del confronto, della reciprocità, della cooperazione invece che delle polemiche.

Molti cittadini hanno deciso di collaborare con piccoli ma importanti gesti di solidarietà, magari semplicemente rendendosi disponibili a fare la spesa alle persone anziane, che hanno più difficoltà a muoversi. Le associazioni di volontariato si sono prodigate con grande impegno ma hanno dovuto fare i conti, anche con esiti drammatici, con la mancanza di mascherine e dispositivi di protezione.

Parecchie aziende ed alcune banche hanno fatto donazioni, anche sostanziose, agli ospedali, in prima linea nell’affrontare l’emergenza. Medici e personale sanitario sin dall'inizio si sono impegnati al meglio, con abnegazione e professionalità nonostante la scarsità dei posti letto e dei dispositivi per la terapia intensiva; scuole e aziende si sono organizzate, non senza difficoltà, per il lavoro e le lezioni a distanza.

Abbiamo però ancora moltissimi ostacoli da affrontare. Dobbiamo isolarci non si sa bene per quanto tempo ancora, e sarà difficile.
Certamente poi, il rallentamento forzata dell’economia creerà grandi difficoltà ad ampie fasce di popolazione, soprattutto a quelle più vulnerabili, e non dobbiamo trascurare i possibili, anzi probabili, danni psicologici che potranno essere creati o favoriti da questa emergenza..

C’è da chiedersi inoltre quanto peserà questa fase sulla reputazione dell’Italia visto che in questi giorni abbiamo visto liti, approssimazione, inefficienza, faciloneria ma anche grande impegno, solidarietà, professionalità, compostezza, competenza.

Molti danni sono derivati da una comunicazione inadeguata che ha creato confusione anche all'estero e ha dato l'idea di un paese ancora meno coeso di quanto è in realtà. Una comunicazione, soprattutto all'inizio, frammentata, a più voci, poco autorevole.

Dovremo fare in modo che la reputazione dell’Italia torni ad essere rappresentata dalla sua arte, la sua bellezza, la sua ospitalità, la buona cucina, la creatività, il made in Italy, la scienza, per ridare al Paese il ruolo che gli compete.

Dobbiamo sperare che questa fase non sarà lunga, ma sappiamo che sarà comunque dura: dovremo ragionare sugli errori fatti e cambiare molti nostri atteggiamenti, a partire dalle "piccole" cose.
Se ci riusciremo, come credo, usciremo più forti di prima. La determinazione, la consapevolezza, la cooperazione, il cambio di prospettiva, saranno le parole chiave per ripartire.

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DAL MERCATO

GLOBAL REPTRAK 100
Il Reputation Institute ha rilasciato la classifica delle 100 aziende con la migliore reputazione al mondo. Nelle prime tre posizioni ci sono le stesse tre aziende che avevano dominato la classifica del 2019, questa volta però con una variazione di posizione: Lego sale al primo posto dal secondo, superando Rolex che nel 2019 era al primo posto mentre nel 2020 occupa la terza posizione. Disney, invece, si aggiudica il secondo posto, guadagnando una posizione rispetto al 2019. L’Italia fa la sua parte, dal momento che al quarto posto troviamo la Ferrari, che conquista una posizione di privilegio nel panorama mondiale. Da considerare, inoltre, che altri marchi italici (Ferrero, Lavazza, Barilla, Pirelli e Armani) entrano nella classifica delle 100 aziende con la migliore reputazione, confermando così l’apprezzamento di cui godono a livello globale.
Fonte: https://www.reputationinstitute.com/global-reptrak-100

AMBASCIATORI DEL GUSTO E PSICOLOGI IN CAMPO CONTRO LO STRESS
Siglato un accordo tra l’Ordine degli Psicologi del Lazio e l’Associazione italiana Ambasciatori del gusto sul tema dello stress lavoro correlato. Nel corso del 2020 si svolgerà una ricerca volta a valutare il rischio stress nel settore della ristorazione, con l’obiettivo di promuovere il benessere psicologico e creare le migliori condizioni per tutelare la salute di tutti gli operatori del settore. Saranno analizzati i diversi fattori che concorrono a generare stress negli ambienti di lavoro e le conseguenze che ne derivano. Al progetto lavora un team di esperti composto da psicologi appartenenti all’Ordine del Lazio e dagli Ambasciatori del Gusto di tutta Italia. L’obiettivo finale sarà produrre un documento di buone prassi che costituirà uno strumento d’informazione e di prevenzione per la categoria, includendo in essa tutte le mansioni rappresentate dagli Ambasciatori del Gusto: cuochi, ristoratori, pizzaioli, panettieri, sommelier, pasticceri, gelatai e personale di sala. Un tassello fondamentale per lo sviluppo e il miglioramento di uno dei settori trainanti del Made in Italy.
Fonte: https://www.ambasciatoridelgusto.it/comunicati-stampa/intesa-adg-ordine-psicologi-lazio/

JOB FILM DAYS DEBUTTA A TORINO NEL 2020
Al suo debutto nel 2020 il festival cinematografico “Job Film Days” dedicato alle tematiche del lavoro ed ispirato al 50° anno di nascita dello Statuto dei Lavoratori (20 maggio 1970). Organizzato dall’Associazione Sicurezza e Lavoro, in collaborazione con Museo Nazionale del Cinema, Magistratura Democratica, Cgil, Cisl e Uil, Inail ed altri enti, il festival avrà luogo a Torino e si svolgerà in tre diverse giornate a tema, con ospiti nazionali ed internazionali. Considerando l’emergenza Covid-19 in corso, le date inizialmente previste 21-22-23 maggio potrebbero slittare in settembre. Nelle prossime settimane sarà comunque lanciato il bando per l’assegnazione di un premio cinematografico, riservato ai cortometraggi prodotti nell’ultimo triennio.
Fonte: http://www.sicurezzaelavoro.org/archives/2197

NUOVE DATE PER LA BIENNALE ARCHITETTURA DI VENEZIA
L’appuntamento con la Biennale Architettura sarà il 29 agosto a Venezia. La decisione di far slittare di alcuni mesi l’apertura della manifestazione è dovuta alle misure precauzionali adottate in questo periodo, che stavano compromettendo la riuscita dell’allestimento e avrebbero rischiato un’apertura a mostra non ancora completa. La 17esima Biennale Architettura si svolgerà quindi dal 29 agosto al 29 novembre, sarà curata dall’architetto, docente e ricercatore Hashim Sarkis e vedrà coinvolti 114 partecipanti provenienti da 46 paesi. Il tema su cui verterà l’appuntamento ruota intorno alla domanda “How will we live together?”, nella sua accezione spaziale ma anche politica e sociale, perché sia uno spunto di riflessione per affrontare ogni tipo di mutamento, a partire da quello ambientale.
Il Presidente, Paolo Baratta, ha presentato la nuova edizione lo scorso 27 febbraio, annunciando che sarà l’ultimo anno della sua presidenza.
Fonte: https://www.labiennale.org/it/architettura/2020/17-mostra

SMART CITY INDEX 2020
EY ha pubblicato un’anticipazione dei risultati dell’indagine Smart City Index 2020. Nell’attesa di consultare il report completo, disponibile a maggio, è possibile notare l’aumento del divario tra Nord e Sud Italia nella valutazione espressa. Le città considerate sono state valutate sia per quanto riguarda l’innovazione e l’intelligenza delle soluzioni proposte alle problematiche urbane, ma anche per la sostenibilità, la pulizia, l’efficienza e l’inclusività delle soluzioni adottate. Nelle prime tre posizioni troviamo Trento, Torino e Bologna, mentre scorrendo la top ten vediamo al quarto posto Mantova, al quinto Milano, seguita da Bolzano al sesto, Brescia al settimo, Bergamo all’ottavo e Pordenone e Ferrara rispettivamente al nono e decimo posto. Da segnalare la 78a posizione di Roma, che si colloca molto in fondo, preceduta da Napoli (62a).
Fonte: https://www.key4biz.it/smart-city-e-infrastrutture-sostenibili-la-deriva-delle-citta-del-sud-italia/293087/

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ECONOMIA E SOCIETÀ - "L’economia circolare, sfida e opportunità per l’Italia" - A cura di Reputation Agency

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La nostra economia fino ad oggi è stata ed è costruita prevalentemente secondo un modello lineare: abbiamo prelevato risorse naturali dall’ambiente per realizzare un prodotto, lo abbiamo commercializzato e una volta usato lo abbiamo buttato, senza preoccuparci troppo dei danni che producevamo all’ambiente.
Da qualche anno invece si parla di economia “circolare” che è cosa assai diversa: un’economia concettualmente rigenerativa (come la natura) che tende a minimizzare il consumo basandosi fondamentalmente sulle famose tre r di base (riduzione dei rifiuti, riciclo e riutilizzo dei materiali).
La definizione ha fatto il suo esordio al Word Economic Forum di Davos e sta, di fatto, soppiantando quella di sviluppo sostenibile che è stata il mantra negli anni ’90.

L’economia circolare acquista peso ogni giorno, ma nella pratica è ancora quella “lineare” che domina e la strada verso la circural economy è ancora lunga.
Un esempio? Nel 2018, a livello mondiale, sono state prodotte 360 ml di tonnellate di plastica – che secondo il Word Economic Forum triplicheranno entro il 2050 – ma solo il 15% delle stesse è stato riciclato. Poco per una economia che dovrebbe basarsi sul riuso.

Il passaggio all’economia circolare è molto impegnativo e richiede un cambio di rotta, un modello produttivo nuovo, in grado di trasformare i residui in risorse utili e creare nuovo valore: tutto il contrario della obsolescenza programmata che oggi va tanto di moda.
Non a caso le misure adottate dalla commissione UE, che crede fortemente nel modello circolare, puntano proprio a limitare l’obsolescenza prematura, in questo caso dei dispositivi elettronici.

Un segnale forte, anche simbolico, contenuto nel nuovo piano d’azione approvato dalla Commissione a marzo, con l’obiettivo di allungare il ciclo di vita dei prodotti e garantire che le risorse utilizzate siano conservate nell’economia il più a lungo possibile.
Fra le regole che sono state introdotte ci sono nuovi precisi limiti all’obsolescenza prematura e al monouso dei prodotti; il divieto di distruggere i beni durevoli invenduti, il riconoscimento pieno del diritto alla riparazione per cellulari, tablet e simili.
Per l’Europa si tratta del primo passo di un lavoro che richiederà molto tempo visto che, come ricorda il vicepresidente della commissione UE Frans Timmermans “le nostre economie sono tuttora lineari con solo il 12% dei materiali e risorse secondarie che torna nel circuito economico”.

E l’Italia è in grado, allo stato attuale, di realizzare questo passaggio e di cogliere le opportunità della nuova economia sviluppando modelli di business adeguati?
Parecchi studiosi dell’argomento dicono di sì.
Il nostro paese è abbastanza ben posizionato per l’efficienza energetica; nella pratica del riciclo è tra i primi al mondo nello smaltimento dei rifiuti speciali; per quanto riguarda lo spreco alimentare oggi ognuno di noi getta, mediamente, 4,9kg alla settimana di rifiuti ma ne gettava 6,6 solo un anno e mezzo fa. Un risultato considerevole.

Più in generale l’Italia può contare su settori forti della nostra produttività creativa, come moda, design, artigianato, agroalimentare e abbiamo molte altre frecce per il nostro arco.
Non a caso aumentano ogni giorno le imprese consapevoli del fatto che il modello lineare di produzione sta finendo; che riciclare costa meno che smaltire; che occorre “attrezzarsi” per il passaggio alle nuove forme di produzione.

Un passaggio che non è esente da rischi perché presenta opportunità e minacce, come di solito succede nelle fasi di cambiamento, ove alcune produzioni soffrono e altre guadagnano peso.
Una sfida difficile e, al tempo stesso, una prospettiva molto attraente.
L’unione europea calcola che l’economia circolare porterà alla nascita di circa 700 mila nuove figure lavorative in Europa e renderà necessaria la riqualificazione di tanti che già lavorano, per renderli parte attiva del processo produttivo.

La Commissione UE stima che l’adozione su larga scala del modello circolare ridurrà decisamente i costi industriali e farà risparmiare alle imprese almeno 600 miliardi all’anno, abbassando al contempo le emissioni di gas serra, grazie al maggior controllo dei rifiuti emessi e al riciclo del materiale.

Obiettivi importanti che meritano l’impegno anzitutto dei cittadini – chiamati a cambiare molte loro abitudini – prima che della politica o della scienza.
Lo sviluppo dell’economia circolare in Italia non sarà facile: occorrerà realizzare nuovi strumenti economici, normativi, regolamentari, tecnici.

Servirà sviluppare il mercato dei sottoprodotti e dei materiali riciclati; potenziare le infrastrutture; formare nuove figure professionali e, soprattutto, far crescere la cultura della circolarità.
Tutti elementi che potrebbero essere la chiave di svolta decisiva per il paese.

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L’INTERVISTA - "Economia circolare e lotta allo spreco alimentare" - Intervista a Andrea Segrè - A cura di Giuseppe de Paoli

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Professore ordinario all’Università di Bologna, e fondatore di Last Minute Market impresa sociale per la prevenzione ed il recupero degli sprechi alimentari Andrea Segrè studia e applica i fondamenti dell’ecologia economica, circolare e sostenibile. È presidente della Fondazione FICO e del Centro Agrolimentare di Bologna.

Il modello tradizionale di crescita economica si è rivelato sempre più insostenibile in un mondo globalizzato. Ed ora si guarda alla cosiddetta economia circolare, una definizione che comprende molte cose. Lei che ha tenuto il primo corso universitario di economia circolare all’Università di Trento cosa ne pensa?

Ci sono tante definizioni di economia circolare, la più efficace, secondo me, è quella di una economia che cambia “verso” da lineare a circolare appunto. Nel senso che il ciclo economico si progetta partendo dalle risorse naturali, che come sappiamo non sono illimitate, e facendo in modo che nel percorso produzione-trasformazione-distribuzione -consumo il rifiuto torni in circolo come materia prima seconda.
È un’economia dove lo spreco viene “abolito” e nella quale si generano gli stessi indicatori del­l’economia lineare – crescita, occupazione eccetera – solo che vengono aggettivati con il termine “sostenibile” che vuol dire il rispetto del tempo nella rigenerazione delle risorse, in particolare quelle naturali: il suolo, l’acqua, l’energia.

Che impatto può avere sul mercato del lavoro italiano?

Se l’economia circolare prendesse piede in modo diffuso, ma in Italia è molto più presente di quello che si pensa, creerebbe nuova occupazione, darebbe vita a lavori diversi e, quindi, nascerebbe il bisogno di una fase di transizione, anche dal punto di vista formativo, per prepararsi ai nuovi ruoli che l’approccio “circolare” richiede.
Si tratta sia di lavori “manuali”, pensiamo ad esempio alla riparazione delle merci evitando la cosiddetta obsolescenza programmata e l’usa e getta, sia di lavori “virtuali” il cosiddetto smart working, con incidenze positive sull’inquinamento ambientale, poiché si riducono gli spostamenti.

Quale dato è particolarmente importante per chi vuole proporre economia circolare?

Più che il dato abbiamo bisogno di cambiare il paradigma culturale e cioè capire che la crescita illimitata non è possibile. Prima o poi si va a sbattere contro un muro. Dobbiamo “cambiare verso” anche mentalmente. Il che non è così automatico.
Il percorso verso la circolarità è tuttavia ineludibile secondo me. Ci arriveremo.

Come s’è avvicinato all’idea di economia circolare?

Sono arrivato all’economia circolare studiando e provando a trovare soluzioni per contrastare lo spreco alimentare. I rifiuti e gli sprechi sono parte integrante del modello dominante di economia lineare. Qualcuno ricorderà le eccedenze agricole – agrumi, pomodori, latte – dell’allora Comunità europea negli anni ’70 e ’80.
Si produceva per distruggere, sostenendo importanti costi economici, ambientali e sociali. Del resto, la produzione di rifiuti è sempre stata considerata legata alla crescita economica: più rifiuti, più crescita. Non è così: nell’economia circolare anche il rifiuto torna in “circolo”.

L’Italia è pronta a cogliere le opportunità dell’economia circolare?

Sì, il pacchetto europeo sull’economia circolare e la normativa nazionale ci pone in una posizione interessante anche per le imprese. Poi alcune regioni, come l’Emilia-Romagna che ha varato da tempo una normativa ad hoc, sono all’avan­guardia.
Siamo noi consumatori ad essere rimasti un po’ indietro. Dovremmo esercitare molto di più il nostro potere d’acquisto andando a premiare i prodotti che vengono dall’economia circolare e che hanno un valore legato alla sostenibilità economica, ambientale, sociale, etica. Tutto è misurabile, dobbiamo informarci ed esercitare per davvero il nostro potere d’acquisto.

copertina libro 1Occorre coinvolgere di più i decisori politici?

Le istituzioni e la politica potrebbero fare molto di più, certamente. Tuttavia siamo noi cittadini che dovremmo renderci conto che la “sostenibilità” e la “circolarità” della nostra società non è soltanto uno slogan, ma piuttosto un modo di produrre e consumare più rispettoso per la nostra salute, per l’ambiente, per il nostro lavoro.
Penso sempre al lavoro nero nei campi, al caporalato ad esem­pio, che deriva fra le altre ragioni da un’insana competizione al ribasso fra le aziende di produzione e di distribuzione. Quando basterebbe pagare qualche centesimo in più quel chilo di pomodori o di agrumi per poter corrispondere un salario adeguato a chi raccoglie nei campi.
È il voto con il portafoglio appunto. Non ci rendiamo conto del nostro potere d’acquisto. La sovranità del consumatore, di cui si parla nei libri d’economia, è stata appaltata al marketing e alla pubblicità.
Noi consumatori invece dobbiamo farci sentire, sensibilizzare, sostenere l’educazione ambientale e alimentare già nelle scuole primarie oltre a promuovere la consapevolezza dell’acquisto.
Invece vogliamo pagare il cibo il meno possibile, senza renderci conto che il cibo cattivo fa male alla nostra salute, all’ambiente e all’economia. Pensiamo solo alla competizione al ribasso che porta al lavoro illegale (un esempio per tutti è il fenomeno del caporalato). Spendere per un nuovo smartphone non è un problema. Ma soddisfa un bisogno “secondario” e non primario come il cibo.

In quali settori l’economia circolare può essere più efficace?

L’adozione di un approccio circolare può dare ottimi risultati in tanti settori, anzi direi che si dovrà applicare a tutto il sistema economico. Pensiamo all’edilizia, ad esempio, dove si può ristrutturare e rigenerare, invece di costruire nuovi edifici, con consumo zero di suolo (il famoso “rammendo” di Renzo Piano).
Dobbiamo rigenerare, riusare, riciclare eccetera, tutti quei verbi con la “r” che ci permettono di “ri”pensare l’economia. Dobbiamo uscire, in altre parole, dalla logica del rifiuto (un’altra “r”) fine a sé stesso.
In questo senso, per i beni di consumo come dicevo prima dobbiamo anche evitare l’usa e getta e l’obsolescenza programmata e ritornare invece alla manutenzione degli stessi.

Il passaggio a un’economia circolare comprende anche la riduzione della plastica, ma il riciclaggio di questo prodotto non tiene il passo con la produzione. Quali interventi intraprendere?

Lo scorso febbraio abbiamo organizzato presso la Fondazione FICO a Bologna il forum internazionale Packaging Speaks Green. Materiali e tecnologie sostenibili per gli imballaggi, compresa la plastica, ci sono già. Ma attenzione a demonizzare il contenitore, se poi il contenuto – cibo o altro bene che sia – non viene prodotto in modo sostenibile.
C’è bisogno di una sorta di alleanza trasversale fra tutti gli attori della filiera, dal produttore al consumatore, per valutare la sostenibilità a 360 gradi. Gli strumenti metodologici ci sono. In Dipartimento ormai da diversi anni valutiamo il ciclo di vita dei prodotti (LCA) dal punto di vista economico, sociale ed ambientale.

Ogni anno 88 milioni di tonnellate di cibo vengono sprecate in Europa. Come intervenire a larga scala sulle perdite alimentari?

Lo spreco alimentare è una questione che riguarda soprattutto il nostro comportamento; dopo venti anni di studio e di applicazione sono abbastanza certo di quello che dico. Il recupero di cibo a fini solidali è un atto meraviglioso perché avviene attraverso il dono ma la domanda che dobbiamo porci è: perché si continua a sprecare? Che rapporto abbiamo con il cibo?
Negli anni abbiamo capito che è una questione di comportamenti sbagliati, spesso inconsapevolmente. Il vero lavoro da fare è sulla prevenzione: bisogna imparare fin da piccoli che il cibo ha un grande valore non solo per una questione etica, perché sprecarlo, moralmente, non va bene; ma anche perché mangiare ha un impatto sulla nostra salute e produrre ha un impatto sull’ambiente e, di ritorno, anche sulla nostra salute.
L’unico modo per uscirne non è solo recuperare, che pure è importante, ma è educare al valore del cibo; siamo il Paese della Dieta Mediterranea patrimonio dell’umanità, abbiamo un patrimonio gastronomico enorme eppure... dimentichiamo il grande valore del cibo! C’è qualcosa che non funziona, un cortocircuito.
Cosa fare allora? Educazione alimentare, educazione alimentare, educazione alimentare.
Che a scuola significa fare anche educazione all’integrazione: infatti abbiamo delle classi multietniche dove il cibo diventa un medium di condivisione, rispetto, reciprocità, identità, storia... cultura insomma.
L’educazione alimentare deve diventare parte della nostra educazione civica. Per fortuna la consapevolezza su questi temi sta aumentando: per esempio abbiamo un dato recente dell’Osservatorio Waste Watcher 2020 che ha registrato un calo del 20% dello spreco domestico misurato in termini di percezione. Una rondine non fa primavera, si tratta comunque di un’inversione di tendenza incoraggiante: il segnale che stiamo cambiando verso!

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CULTURA E SOCIETÀ - "Questioni etiche e sociali per le organizzazioni: le persone prima di tutto" - Isabella Corradini

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Le profonde trasformazioni di questi ultimi decenni, dalla globalizzazione all’impiego sempre più esteso delle tecnologie digitali, hanno determinato nuove esigenze per la responsabilità sociale d’impresa, coinvolgendo il tema dei diritti umani nel senso più ampio del termine.
Va innanzitutto osservato come lo scenario globale dei rischi sia in continua evoluzione. Guardando al quadro complessivo delineato periodicamente dal World Economic Forum (WEF), accanto ai rischi ambientali, alle crisi migratorie, al rischio macroeconomico, alle tensioni geopolitiche, alla cybersecurity e alla tutela della privacy, troviamo anche la violazione dei diritti umani. Il punto cruciale è rappresentato dalla forte interconnessione dei diversi rischi, la cui gestione efficace non può che richiedere l’adozione di un approccio sistemico.
È evidente che in uno scenario così complesso anche le imprese sono chiamate ad affrontare nuove sfide. Tra queste le questioni etiche e sociali del nostro tempo. L’obiettivo delle organizzazioni, di qualunque natura esse siano, non può ridursi al mero profitto; non è un caso che grandi aziende stiano rivalutando i loro scopi con l’intento di svolgere un ruolo sociale verso i propri dipendenti, consumatori e verso la società civile nel suo complesso. Si pensi alla Business Roundtable, associazione senza scopo di lucro con sede a Washington, che ha redatto nel 2019 un documento nel quale le aziende che ne fanno parte (quali Apple, Accenture) si impegnano a proteggere l’ambiente e a trattare i dipendenti con dignità e rispetto.

Se ne deduce che è l’etica a giocare un ruolo di primo piano nel guidare i processi e le attività delle organizzazioni, sottolineando la duplice accezione, interna ed esterna, della responsabilità sociale d’impresa. Se, infatti, si vuole agire secondo principi etico-sociali, bisogna partire dalla tutela del proprio ambiente interno, creando una situazione di benessere nel proprio luogo di lavoro. Questo significa includere iniziative che vanno da adeguate politiche del lavoro, all’ equità di genere, alla valorizzazione delle competenze dei lavoratori, fino alla promozione di luoghi di lavoro sani e sicuri. Riguardo in particolare a questo ultimo aspetto, va da sé che la creazione di luoghi di lavoro umanamente sostenibili passa attraverso l’estensione del concetto di benessere: non solo postazioni ergonomiche, occorre considerare la più ampia area dei rischi psicosociali, includendo, oltre al già noto stress lavoro-correlato, i fenomeni di molestie, violenze e discriminazioni.
Un obiettivo ambizioso, che richiede un approccio culturale, non più derogabile e che non può ridursi alla redazione di documenti che finiscono per rappresentare la mera giustificazione dell’adempimento dell’azienda a dei doveri o ad obblighi morali.

Inoltre, in un contesto sempre più digitale, non possono essere ignorati gli aspetti etici e sociali legati ad un inarrestabile sviluppo tecnologico. Se, infatti, questo fa presagire scenari innovativi, produttivi e di benessere per tutti, dall’altro diverse sono le implicazioni che ne derivano. Si pensi, ad esempio, alle crescenti applicazioni della robotica e dell’intelligenza artificiale. Non solo bisogna rispondere ai timori riguardanti la possibile sostituzione della forza lavoro umana con tecnologie automatizzate; c’è da affrontare la questione dell’uso indiscriminato di big data e algoritmi, verso i quali si ripone ormai una tale fiducia da assegnare a procedimenti informatici la presa di decisioni anche in ambiti delicati, come ad esempio quello giudiziario, trascurando gli impatti per gli esseri umani. Si pensi all’eventualità che processi decisionali automatizzati producano discriminazioni per specifici gruppi sociali; se infatti gli algoritmi – che comunque sono prodotti dall’essere umano e quindi passibili di errore – vengono elaborati con pregiudizi di fondo, possono agire in modo distorto e fuorviante. L’attribuzione ai soli algoritmi di decisioni che riguardano le persone può quindi essere irrispettosa dei diritti umani, senza poi considerare le responsabilità che ne derivano e a chi attribuirle in caso di errori e conseguenze dannose.
Infine, la necessità di agire in modo socialmente responsabile è ancora più imperante in un mondo interconnesso, dal momento che il rischio di violazione di diritti umani da parte di imprese può diventare oggetto di campagne mediatiche in grado di colpire pesantemente l’immagine e la reputazione delle organizzazioni coinvolte. Essendo la reputazione un asset intangibile di grande valore, è evidente che le azioni di responsabilità sociale assumono per l’impresa un significato più profondo, connaturato al business e alla sopravvivenza stessa dell’impresa.

Occorre acquisire una visione diversa, ridando centralità agli esseri umani, anziché considerarli numeri e codici da poter gestire in nome del consumo e del profitto.
Le enormi difficoltà che stiamo vivendo in un periodo dominato dal Covid19 inducono necessariamente a riflettere sul nostro mostro di vivere e di affrontare il presente ed il futuro. Anche in questa sfida, infatti, sono sempre le persone a fare la differenza.

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DALLE AZIENDE - "Sviluppo sostenibile ed economia circolare" - Il modello Eni e l’Agenda 2030 - A cura di Reputation Agency

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In questi ultimi anni il modello dello sviluppo economico è sempre più orientato ad un approccio capace di coniugare il profitto con la salvaguardia dell’ambiente ed il benessere sociale. In proposito, un riferimento significativo è l’Agenda 2030 delle Nazioni Unite per lo Sviluppo Sostenibile, un programma d’azione per le persone, il pianeta e la prosperità sottoscritto nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. Vengono stabiliti i 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals, SDGs) da raggiungere entro il 2030 (https://unric.org/it/agenda-2030/).
Tra questi, ad esempio, il garantire modelli di consumo e di produzione sostenibili, la promozione di una crescita economica duratura e inclusiva e l’uso sostenibile dell’ecosistema terrestre. Le questioni legate all’ambiente e allo sfruttamento delle risorse naturali stanno quindi diventando sempre più importanti in un mondo globalizzato dove, accanto alle necessità di soddisfare una crescente popolazione, crescono disuguaglianze e problemi sociali.

I temi della sostenibilità e dell’economia circolare sono di estremo interesse per tutti, aziende e cittadini. In particolare, le organizzazioni che hanno accolto la sfida aderendo agli Obiettivi di sviluppo sostenibile vedono il modello di economia circolare come un’opportunità di cambiamento. Eni è tra quelle che ha colto tale opportunità, ponendosi come obiettivo la sostenibilità di lungo periodo, possibile solo attraverso la piena efficienza dal punto di vista economico, tecnico-operativo e ambientale. In questo suo percorso Eni intende ridurre al massimo il consumo delle materie prime non rinnovabili, privilegiando la sostenibilità attraverso l’uso di materiali di origine biologica o provenienti da scarti di processi di produzione. È altresì di fondamentale importanza il riuso, il riciclo ed il recupero di prodotti e materiali. In questo senso, fondamentale è la valorizzazione del territorio, dal momento che tra le azioni messe in campo vi è la trasformazione di asset non più produttivi in qualcosa di riutilizzabile. L’analisi del contesto e l’innovazione tecnologica rappresentano due punti chiave per assicurare uno sviluppo duraturo e sostenibile.

Un altro elemento strategico è il rapporto con gli stakeholder e la loro inclusione. Sviluppare progetti di economia circolare richiede, infatti, di conoscere il territorio e le comunità che ci vivono; lavorare in modo sinergico collaborando con i portatori di interesse locale contribuisce largamente al successo delle iniziative.
Ed è con questa filosofia che sono nate le iniziative di Eni per l’economia circolare, considerata parte integrante della strategia aziendale, e quindi gli accordi per il riutilizzo dei rifiuti (oli vegetali esausti) stipulati con strutture di diverse città italiane (esempio a Roma con AMA e a Modena con Hera), così come l’accordo con Cassa Depositi e Prestiti per favorire iniziative nel campo della decarbonizzazione e della sostenibilità, a conferma del fatto che l’economia circolare rappresenta uno dei cavalli di battaglia nei quali l’Eni intende continuare ad investire, sia in ambito nazionale che internazionale.
In proposito, nella sua attività internazionale, vale la pena ricordare il supporto ad attività che contribuiscono anche allo sviluppo economico dei paesi ospitanti. In una recente intervista rilasciata a Reputation Today (https://reputationagency.eu/it/interviste/362-impresa-e-impegno-sociale) Alberto Piatti, Executive Vice President di Eni, spiega il modello di cooperazione dell’azienda, con esempi concreti di progetti, quali Zohr, in Egitto, dove l’intero ammontare del gas prodotto dalla società resta nel Paese, azzerando la domanda di importazione di gas e contribuendo a creare le condizioni per l’indipendenza energetica.

Le iniziative promosse riguardano diversi settori, da quello economico, alla salute delle comunità, all’educazione. La partecipazione di Eni al progetto Programma il Futuro dimostra l’impegno nel coniugare la cultura umanistica necessaria per conoscere i territori in cui operare, con quella tecnico-scientifica, perché l’informatica può fare molto per la sostenibilità ed il bene comune.
Per un futuro sostenibile, il segreto è quello di rinnovarsi.

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COMUNICAZIONE E SOCIETÀ - "Brand Journalism e storytelling contro la disinformazione" - Paolo Castiglia

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Che cosa c’entrano le fake news con le imprese e la responsabilità sociale? Banalizzando, potremmo dire molto. Un’impresa è un’attività economica organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni o di servizi basata sull’agglomerarsi di persone (datori di lavoro, dipendenti e stakeholder in rapporto diretto e cittadini e società civile in rapporto indiretto) che entrano tra loro in relazione, quindi essenzialmente comunicano.
Dove esiste comunicazione è lecito, nell’odierno panorama, presupporre la presenza di disinformazione. Come combatterla? Procediamo per gradi. Prima di capire quale possa essere l’arma nelle mani degli imprenditori per arginare il dilagare delle pericolose fake news è necessario comprendere perché, come e verso chi le aziende comunicano.

Esistono fondamentalmente due tipi di corporate communication, quella interna e quella esterna che differiscono tra loro per metodo, finalità e destinatari. La comunicazione interna è finalizzata a creare una rete di scambio fra i vertici aziendali, gli stakeholder e i dipendenti per diffondere informazioni di carattere generale e operativo (dai comunicati agli ordini di servizio), ma anche diffondere e consolidare un senso comune di appartenenza.
Obiettivo primario della internal communications è quello di creare un coinvolgimento attivo dei dipendenti al fine di migliorare la loro soddisfazione, quindi in ultimo la produzione e i profitti. Con external communications ci riferiamo, invece, a tutte quelle attività di comunicazione verso il pubblico esterno, ossia clienti, fornitori, possibili stakeholder, opinioni pubblica, istituzioni e società in generale, volte a racconta l’azienda, i suoi valori, la sua storia, la sua attività e il suo impegno sociale. L’obiettivo è, in questo caso, quello di creare un rapporto attivo tra l’organizzazione e la società dimostrando il valore dell’azienda stessa.
L’impegno sociale dell’azienda è oggi l’argomento principe della corporate communication, ma perché? Nella società odierna compito di un’azienda non è solo quello di esercitare il proprio business, possibilmente senza produrre danni alla società, ma di contribuire direttamente al suo benessere. Le aziende non sono più – come sostengono nel 1984 William Evan e Edward Freeman nel celebre saggio “Strategic Management: a stake holders approach” – solo istituzioni economiche, ma anche istituzioni sociali con obblighi verso i consumatori, i dipendenti, la comunità circostante e le generazioni future. Le due anime non entrano tra loro in contrasto, l’obbligo in capo al management di garantire i profitti agli azionisti non esclude nei fatti il perseguimento di responsabilità sociali, morali ed etiche.
Ad affermare ciò è il giurista Christopher Stone rispondendo alle teorie dell’economista Milton Friedman che vede nella CSR lo spettro del socialismo, un uso moralmente illegittimo del denaro degli investitori per perseguire scopi sociali. La storia darà ragione al primo, dimostrando quanto sia necessario e fruttuoso per un’azienda essere socialmente responsabile. Le performance ambientali e sociali delle imprese vengono infatti interpretate come segnali anticipatori delle performance economiche future dell’impresa. I grandi fondi di investimento guardano sempre più, nell’allocazione del risparmio, ai fattori “ESG” (Environmental, Social and Governance), risulta quindi necessario e strategico adottare iniziative legate alla Csr.

La responsabilità sociale d’impresa “rende l’azienda – spiega Roberto Orsi, direttore responsabile della testa e centro studi “Osservatorio Socialis” – più attrattiva e affidabile in termini di accesso al credito e come possibile oggetto di investimenti”. Questi fattori sono presi in considerazione anche dal cliente.
I prodotti non sono, infatti, apprezzati unicamente per le caratteristiche qualitative ed estetiche, ma anche per quelle immateriali come condizioni di fornitura, servizi di assistenza etc. L’impegno etico in questa prospettiva va considerato parte integrante della catena del valore di un bene. Le responsabilità sociali, appare quindi evidente, sono “imposte” all’azienda dalla crescente sensibilità del pubblico per temi come impatto ambientale e sociale dei prodotti e dei servizi offerti, condizioni di lavoro, discriminazioni, rispetto delle norme, in grado di modificare le loro preferenze.
Adottare politiche inerenti la responsabilità sociale comporta benefici oggettivi per l’azienda. Tra i vantaggi rientrano i minori costi, ad esempio la scelta di modalità operative di minore impatto (si pensi all’efficienza energetica degli impianti) comporta risparmi nei costi dell’energia; maggiori ricavi, ad esempio quando le caratteristiche dei prodotti / servizi offerti siano in grado di incontrare il favore della domanda; attrazione di investitori, che leggono nelle performance ESG delle imprese il segno di una loro capacità di gestire le sfide poste dal contesto esterno e di generare valore nel medio-lungo termine; riduzione del rischio.

L’azienda rende note al grande pubblico le sue azioni afferenti alla responsabilità sociale attraverso piani di comunicazione d’impresa. La reputazione aziendale, basandosi su azioni concrete, si può misurare e valutare attraverso specifici documenti, parliamo del rapporto ambientale, di sostenibilità e di quello sulla Corporate social responsibility. Il report di CSR è lo strumento di rendicontazione che permette all’impresa di comunicare periodicamente e in modo sintetico ciò che l’amministrazione ha realizzato, le sue scelte, le azioni e i risultati conseguiti economici e non, utile anche per instaurare un rapporto continuativo e fiduciario con il pubblico.
Se prima era diretto esclusivamente agli stakeholder, oggi il rapporto sulla responsabilità sociale è un documento destinato alla collettività, è infatti anche definito come bilancio sociale. Accanto alle rendicontazioni troviamo vere e proprie campagne d’informazione. Non parliamo delle “marchette”, ossia notizie pubblicitarie imparziali e preconfezionate atte a vendere un prodotto. Ci riferiamo, invece, a una vera e propria forma di informazione, il giornalismo d’impresa realizzata da professionisti della comunicazione.

Il Brand Journalism racconta in maniera puntuale la storia, le prospettive, i prodotti, i percorsi innovativi di un’azienda per informare al meglio il pubblico sulle attività imprenditoriali nonché quelle sociali e morali della corporation.
Il brand journalist lavora al fianco del Corporate social responsibility manager (colui che porta la cultura della sostenibilità in azienda), per realizzare lo storytelling aziendale (business storytelling). Un racconto che sappia coinvolgere il proprio mercato generando obiettivi specifici di business: engagement, vendite, contatti e opportunità. L’azienda parla di sé attraverso la qualità dei prodotti/servizi offerti, con il modello di business scelto o le azioni di CSR, ma potenti strumenti di comunicazione sono anche il logo e le campagne pubblicitarie con case history, webinar, presentazioni e video, blog e aggiornamenti sui social per fidelizzare il cliente, renderlo partecipe della storia dell’azienda.
Obiettivo principe è creare – ed eventualmente difendere – la reputazione aziendale; fattore che può pesare molto sui bilanci, per questo il compito del brand journalist è estremamente delicato. Diretta conseguenza della presenza e delle azioni di un’organizzazione all’interno di un contesto socio-economico, la brand reputation altro non è se non un vero e proprio giudizio di valore – percezioni, valutazioni e aspettative – da parte del pubblico sulla condotta dell’azienda, che di fatto ne determina il successo o il fallimento.

La brand reputation è diffusa non solo dall’azienda stessa verso il pubblico di riferimento attuale e futuro, ma anche attraverso il passaparola. È in questo terreno che possono insidiarsi le fake news: notizie false, create a tavolino per screditare la reputazione di una azienda, che possono avere effetti devastanti.
Come arginare il fenomeno? La risposta è in un team di comunicazione, formato da professionisti ma anche influencer e blogger, che conosce profondamente l’azienda e i suoi obiettivi di business nonché il pubblico di riferimento e lavora al fianco del management. Una squadra altamente specializzata dove convivono nuove e vecchie componenti, dai social network alle 5W alla lettura critica. Tecniche, canali di comunicazione e competenze che si fondono per narrare, con continuità su tutti i medium che popolano il panorama odierno della comunicazione, e in maniera efficace e coinvolgente la brand story dell’azienda che si rappresenta.

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CITTADINANZA DIGITALE - "Programmiamo un Futuro Sostenibile" - a cura di Reputation Agency

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Negli ultimi anni sempre più alta è l’attenzione a livello mondiale verso il tema dello sviluppo sostenibile. Anche il mondo della scuola non è indifferente al problema derivato dalla limitatezza complessiva delle risorse a disposizione sul pianeta ed alla necessità di coniugare le legittime aspirazioni di crescita di ogni comunità con quelle di non pregiudicare il futuro di tutti. Essere in un sistema chiuso e limitato richiede attenzione a temi quali quelli del riciclo e del riuso, ovvero maturare la coscienza dell’essere in una situazione di circolarità e di scambio a tutti i livelli: ambientali, economico e sociale.
Per sensibilizzare e valorizzare il tema dell’economia circolare, Programma il Futuro, l’iniziativa MIUR-CINI centrata sulla diffusione dei concetti base dell’informatica nelle scuole e sullo sviluppo della cittadinanza digitale consapevole, ha avviato l’iniziativa “Programmiamo un Futuro Sostenibile” (https://programmailfuturo.it/progetto/futuro-sostenibile-2020/introduzione), sostenuta da Eni, filantropo del progetto, invitando a partecipare tutti gli studenti frequentanti le scuole secondarie italiane di secondo grado, statali e paritarie, del territorio nazionale ed estero.
Secondo il regolamento (https://programmailfuturo.it/media/docs/regolamento-programmiamo-un-futuro-sostenibile.pdf) ogni singola classe, coordinata da un docente di riferimento per la partecipazione della classe all’iniziativa, potrà presentare un elaborato su una delle seguenti aree tematiche:

• sostenibilità ambientale,
• sostenibilità sociale,
• sostenibilità economica.

L’elaborato potrà assumere una forma liberamente scelta dalla classe stessa quale, ad esempio, un gioco educativo, una lezione interattiva, una pagina enciclopedica, una app informativa, una narrazione, ecc. La scadenza per la presentazione degli elaborati è il 15 maggio 2020.
La classe deve realizzare un programma informatico sviluppato obbligatoriamente utilizzando l’ambiente di programmazione disponibile a questo indirizzo: https://studio.code.org/projects/applab che corrisponde all’ambiente di programmazione Sviluppo App (denominazione inglese: AppLab).
I 9 migliori elaborati riceveranno ciascuno un kit di robotica Ultimate 2.0 di Makeblock.

Nel frattempo, proseguono i webinar interattivi che Programma il Futuro ha avviato ad ottobre 2019 e che stanno riscuotendo notevole successo tra gli insegnanti (https://programmailfuturo.it/notizie/webinar). Il tema dominante dei webinar, la “cittadinanza digitale consapevole”, è sviluppato attraverso apposite guide con cui gli insegnanti illustrano agli studenti come usare le tecnologie digitali in modo responsabile e sicuro.
Oltre al materiale per gli insegnanti, sono disponibili le schede per genitori, in modo da favorire la discussione su questi argomenti in famiglia.
I testi delle guide e relativi video sono forniti dalla associazione americana no profit Common Sense e tradotti e adattati dallo staff di Programma il Futuro.

Le guide “Cittadinanza digitale consapevole”

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SALUTE E SICUREZZA - "I disturbi muscoloscheletrici al centro della nuova campagna EU-OSHA" - a cura della Redazione

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L’Agenzia Europea per la Salute e Sicurezza sul lavoro (EU-OSHA) sta per avviare la nuova campagna 2020-2022. Questo triennio sarà dedicato agli ambienti di lavoro sani e sicuri rispetto ai disturbi muscoloscheletrici associati al lavoro (DMS), patologie molto diffuse e che possono avere un impatto importante sul benessere dei lavoratori (https://osha.europa.eu/it/publications/msds-facts-and-figures-overview-prevalence-costs-and-demographics-msds-europe/view). Già in passato in un report pubblicato dall’Agenzia (2008), i DMS erano il problema occupazionale più comune in Europa, con una buona parte di lavoratori sofferenti per dolori alla schiena e dolori muscolari (https://osha.europa.eu/it/publications/factsheet-78-work-related-musculoskeletal-disorders-prevention-report-summary/view).
Si tratta, quindi, di un problema che richiede ulteriori approfondimenti, considerati i cambiamenti che il mondo del lavoro sta affrontando in questi anni. La campagna avrà una durata triennale (2020-2022) a differenza delle precedenti, confermando così il grande interesse ad una problematica che coinvolge milioni di lavoratori. Nell’attesa dell’avvio ufficiale, l’EU-OSHA sta divulgando molti dati e casi studio, per permettere alle aziende di approfondire la tematica e sensibilizzare organizzazioni e lavoratori, così da arrivare ancor più preparati al lancio ufficiale (https://osha.europa.eu/it/highlights/25-national-policy-initiatives-tackle-work-related-msds-0).

Intanto è possibile cominciare a comprendere la natura dei disturbi muscoloscheletrici associati al lavoro e le loro cause, in modo poi da ragionare sulle possibili azioni preventive da attuare. Queste tipologie di disturbi non sono riconducibili a un’unica causa né a un momento ben definito nel tempo, dal momento che la loro insorgenza avviene con il ripetuto verificarsi di alcune condizioni e fattori di rischio, tra i quali:
• la movimentazione di carichi, specialmente quando si ruota o si piega la schiena;
• movimenti ripetitivi o che richiedono uno sforzo;
• l’assunzione di posture scorrette o statiche;
• vibrazioni, scarsa illuminazione o lavoro in ambienti freddi;
• ritmi di lavoro intensi;
• il mantenimento prolungato della stessa posizione in piedi o seduta.

Inoltre, L’EU-OSHA segnala come ci siano sempre più evidenze del collegamento tra i DMS e i fattori di rischio psicosociali, come ad esempio una domanda di lavoro elevata o una scarsa autonomia, oppure una scarsa soddisfazione sul lavoro (https://osha.europa.eu/it/themes/musculoskeletal-disorders).

Per prevenire l’insorgenza di questi disturbi molto spesso è sufficiente adottare dispositivi che supportino il lavoratore nello svolgimento del proprio lavoro (es. carrelli di supporto) che risultano anche facilmente reperibili ed economici per l’organizzazione. Preziosi sono i suggerimenti già indicati dall’Agenzia per la prevenzione riguardanti: l’organizzazione degli spazi di lavoro, l’adeguamento delle attrezzature affinché siano ergonomiche e adeguate ai compiti quotidiani da svolgere, la corretta pianificazione del lavoro al fine di evitare compiti troppo ripetitivi o che richiedono posture scorrette per un tempo prolungato, la predisposizione di giuste pause e una rotazione delle funzioni. Non da ultimo, viene suggerito di sviluppare una corretta e costante politica interna in materia di DMS sviluppando adeguati interventi formativi sui lavoratori, così da promuovere la consapevolezza capillare rispetto alla problematica, andando a incidere anche sull’uso dei dispositivi, sulle corrette posture, e così via dicendo.

Sempre in termini di prevenzione, è fondamentale che i datori di lavoro effettuino una corretta e accurata valutazione dei rischi, privilegiando un approccio olistico, valutando e affrontando le diverse cause nel loro insieme, anche favorendo la partecipazione dei dipendenti, per coinvolgere il personale e i suoi rappresentanti per discutere insieme problemi e soluzioni (https://osha.europa.eu/it/themes/musculoskeletal-disorders).

Allo stesso tempo, sarà necessario assicurare il mantenimento della capacità lavorativa di tutti quei dipendenti che soffrono già di disturbi muscoloscheletrici, mantenendoli in buona salute e, se necessario, reintegrarli nel posto di lavoro. 

Ci auguriamo che l’interesse alla nuova tematica possa coinvolgere un numero quanto più ampio possibile di organizzazioni e lavoratori e, come media partner delle campagne EU-OSHA, ci impegneremo a supportarla, diffondendo dati, buone pratiche e gli eventi che si svolgeranno per il triennio 2020-2022.

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REPUTATION today - anno VI, numero 24, marzo 2020

Direttore Responsabile: Giuseppe De Paoli
Responsabile Scientifico: Isabella Corradini
Responsabile area Sistemi e Tecnologie: Enrico Nardelli
Redazione: Ileana Moriconi
Grafica: Paolo Alberti

Pubblicazione trimestrale registrata presso il Tribunale di Roma il 13/02/2014 n. 14

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Gli argomenti proposti debbono essere correlati agli aspetti gestionali, organizzativi, giuridici e sociali delle seguenti aree: comunicazione e social media; reputazione aziendale; società, cultura e reputazione; buone pratiche; reputazione on line; misurazione della reputazione.
Il sommario dovrà chiarire lo scopo e le conclusioni del lavoro e non dovrà superare le 300 battute (spazi inclusi).
Didascalie e illustrazioni devono avere un chiaro richiamo nel testo.
La bibliografia sarà riportata in ordine alfabetico rispettando le abbreviazioni internazionali.
La Direzione, ove necessario, si riserva di apportare modifiche formali che verranno sottoposte all’Autore prima della pubblicazione del lavoro.

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