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Reputation Today n° 23 - dicembre 2019


EDITORIALE - "Intelligenza Artificiale: il difficile equilibrio tra trasparenza e tutela della privacy" - Giuseppe de Paoli

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Il dibattito sull’IA sta prendendo corpo rapidamente e sempre più ci si interroga sulle implicazioni morali, etiche, pratiche, correlate al rapido sviluppo delle nuove tecnologie. Ne ha discusso il Parlamento Ue che, da pochi mesi, ha varato nuove norme sul tema, se ne discute in America, Cina, Russia, persino nei Paesi in via di sviluppo.
Tanto interesse è spiegato dal fatto che, da quando è stata ufficializzata come disciplina circa 60 anni fa (il termine è stato coniato la prima volta nel 1956 dall’informatico John McCarthy) l’IA ha fatto passi notevoli e oggi mostra molte applicazioni pratiche visibili a tutti e utili a tanti.

Gli Algoritmi di apprendimento automatico sono usati quotidianamente, con ottimi risultati, nella ricerca medica e scientifica; l’IA già sostituisce l’uomo in alcune tipologie di lavoro non banali (e l’Ocse dice che entro pochi anni il 14% dei lavori potrebbero essere svolti da robot); i robot battono gli umani (i campioni) a scacchi; si stanno mettendo definitivamente a punto i sistemi di guida dell’auto senza conducente che potrebbero ridurre drasticamente il numero di incidenti.
L’IA inoltre ha dato e sta dando buoni risultati negli ambiti energia, agricoltura, ambiente: può bastare perché sia considerata, come di fatto è, una delle grandi protagoniste della quotidianità.
L’utilizzo sempre più massivo dell’IA però solleva numerose a cui non è facile rispondere: come si svilupperà ancora? Arriveremo a creare macchine che pensano autonomamente o sono in grado di “provare” emozioni? E, soprattutto: chi veglierà sulle decisioni collettive che coinvolgono l’IA? Chi se ne assumerà la responsabilità?
C’è inoltre la questione dei dati, che sono perlopiù in possesso delle grandi piattaforme on line, una questione seria e ineludibile.
Il problema è come far convivere due diritti altrettanto importanti: la trasparenza e la tutela della privacy.
Impresa certamente non facile visto lo strapotere, non solo economico, delle piattaforme digitali che ci hanno reso tutti “sorvegliati speciali” facendoci passare dallo status di consumatori-utilizzatori del servizio a quello di “merci” per il mercato.

Tra le prime 10 corporation mondiali, infatti, ben 7 si occupano di digitale, con un capitale complessivo di oltre 5mila mld di euro: gran parte di queste aziende ha in mano moltissimi nostri dati e utilizza noi come prodotto!
Inoltre l’idea che l’uomo sia come un computer molto complesso e che, prima o poi, lo sviluppo delle tecnica arriverà ad annullare ogni differenza tra uomo e macchina, crea grande interesse insieme ad inquietudine e smarrimento.
Da più parti quindi si levano voci d’allarme: mi limito qui a citare l’analisi di Julian Nida-Rümelin e Nathalie Weidenfeld, che da tempo sostengono l’urgenza di un uso “trasparente” delle tecnologie e reclamano un nuovo Umanesimo; un “Umanesimo digitale” che funzioni da bussola d’orientamento per districarsi tra opportunità e problemi dell’IA.

Gli autori, insieme a filosofi, scienziati, politici illuminati, insistono sull’esigenza che l’IA sia etica, rispettosa della privacy e delle leggi in generale, trasparente, orientata al benessere sociale.
Restano da esplorare le conseguenze dell’IA sulle relazioni umane, sul diritto, sulle nostre abitudini, temi che in questo numero vengono approfonditi da Lorella Zanardo e dagli altri autori.
Risulta sempre più necessaria una formazione aggiornata sull’impatto dell’IA: dobbiamo comprendere a pieno tutte le possibili conseguenze del suo uso, chiarire bene gli aspetti etici, chiarire cosa vogliamo fare e forse, soprattutto, cosa non vogliamo fare con l’IA. 
Senza pregiudizi di sorta ma piuttosto lavorando per la massima complementarità tra intelligenza artificiale e non. Possibilmente ricordando Emily Dikinson quando diceva, “la mente è più estesa del Cielo... più profonda del Mare”.

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DAL MERCATO

PIÙ LIBRI PIÙ LIBERI: CRESCONO I PICCOLI E MEDI EDITORI
Per la terza edizione consecutiva, la fiera della piccola e media editoria si è svolta a Roma, nella Nuvola dal 4 all’8 dicembre. Dati più che positivi per i piccoli e medi editori che crescono quasi il doppio del mercato del libro, secondo l’indagine Nielsen realizzata per l’Associazione Italiana Editori (AIE). La ricerca, riferita alle vendite di libri di varia, ha evidenziato come i piccoli e medi editori (cioè i marchi editoriali indipendenti con un fatturato netto fino a 13 milioni di euro) abbiano registrato nei primi 11 mesi del 2019 un +6% a fatturato, arrivando a pesare per il 45,9% del mercato (era il 45% lo scorso anno).
Fonte: https://plpl.it/comunicati-stampa/piu-libri-piu-liberi-i-piccoli-e-medi-editori-crescono-quasi-il-doppio-del-mercato-in-generale-6-nel-2019-e-pesano-per-il-459/

LE CITTÀ PIÙ SMART 2019
Dopo il report sulla qualità della vita delleDopo il report sulla qualità della vita dellecittà italiane, che ha visto Trento al primoposto, arriva la classifica delle città italiane piùsmart, l’ICity Rank, presentato dal Forum PA organizzatoda Gruppo Digital360. Il report si è basato su107 capoluoghi, prendendone in considerazione la soliditàeconomica, valutata su 21 indicatori di consistenzaeconomica, creazione di opportunità lavorative, innovazionedel sistema imprenditoriale e produttivo, giudicatirilevanti sia nel presente che per la costruzione di scenarifuturi.Milano si conferma al primo posto, posizione che occupagià da 6 anni, ma si accorcia il divario delle città che laseguono: a due punti di distanza troviamo Firenze e poiBologna, terza, seguita da Bergamo, Torino, Trento, Venezia,Parma, Modena e Reggio Emilia. TroviamoRoma solamente al quindicesimo posto, mentre soloalla trentasettesima posizione arriva la prima cittàdel centro-sud, Cagliari.
Fonte:  https://corriereinnovazione.corriere.it/cards/milano-citta-piu-smart-d-italia-firenze-seconda-roma-solo-15-posto/milano-regina-la-sesta-volta_principale.shtml

UMANESIMO DEL LAVORO E DELLE RELAZIONI AL FORUM HR
Si è svolta a Milano, il 14 novembre 2019, l’undicesima edizione del Forum HR, un evento dedicato al mondo delle aziende sul tema del lavoro e delle risorse umane. Centrale, quest’anno, è stato Il nuovo umanesimo del lavoro e delle relazioni umane: si sono alternati oltre 250 speaker tra workshop, tavole rotonde, workshop e talk show, per un confronto aperto sull’impatto che la digital transformation sta avendo sulle relazioni in azienda, a partire dalle figure chiave che dovrebbero guidare il processo, ovvero il comparto della gestione delle risorse umane. Nel corso di tutte le sessioni, l’accento è stato fortemente posto sull’opportunità e sulla responsabilità che comporta l’impatto della digital transformation nelle organizzazioni, e di come l’unica via sia continuare a porre al centro le persone, affinché il digitale le teconologie, sempre più avanzate, siano il mezzo e non il fine per il futuro delle aziende. 
Fonte:  https://www.dire.it/14-11-2019/390857-video-umanesimo-del-lavoro-il-grande-successo-dellundicesimo-forum-delle-risorse-umane/

LE PRATICHE VIRTUOSE NEL DIGITALE PARTONO DALL'ITALIA
L’Aquila, Bolzano, Torino e Perugia sono state tra le città protagoniste del rapporto “Stato del territorio UE”, presentato a Helsinki e curato dai ricercatori del programma europeo Espon, occupando un ruolo rilevante in merito alle pratiche virtuose di transizione digitale sul territorio italiano.
In particolare, L’Aquila si è distinta per il Gran Sasso Science Institute, che ha attratto sul territorio abruzzese diversi ricercatori provenienti da Paesi esteri e ha ridato slancio sia sociale che economico al capoluogo. Torino ha attirato l’attenzione dei ricercatori di Espon per il modo in cui viene gestita la città in termini di governance e per la grande partecipazione e il coinvolgimento dei suoi cittadini nelle iniziative europee. Bolzano si è fatta invece notare per gAALaxy, un progetto sull’intelligenza artificiale con ricadute sociali, che consente di monitorare gli anziani che vivono da soli, favorendone gli scambi con conoscenti e familiari, e intervenendo con tempestività laddove necessario. Infine, Perugia si è distinta per WiseTown, una piattaforma di pianificazione urbana che agevola la comunicazione tra cittadinanza e amministrazioni locali.
Fonte:  http://www.ansa.it/europa/notizie/la_tua_europa/notizie/2019/11/28/innovazione-4-citta-italiane-tra-i-modelli-smart-in-ue_73b070ac-0209-465b-be78-7367b843b3b2.html

FORUM SOSTENIBILITÀ 2019 DI FORTUNE ITALIA
Fortune Italia ha organizzato a Roma la seconda edizione del Forum Sostenibilità 2019. L’appuntamento si è svolto al MAXXI il 21 e 22 novembre, attraverso due giorni di scambio e confronto tra istituzioni e organizzazioni, con l’intento di portare all’attenzione le principali tematiche che hanno maggior impatto sui processi di produzione e distribuzione dei principali settori economici. Durante la prima giornata esperti, rappresentanti del mondo azindale, delle principali associazioni di categoria e delle istituzioni si sono confrontati in 6 tavoli tematici, con focus sull’economia circolare, le energie rinnovabili, la finanza sostenibile, la mobilità e il trasporto sostenibile, il packaging e consumo sostenibile, il rinnovamento del patrimonio edilizio. Nel secondo giorno, sulla base di quanto emerso dai 6 tavoli tematici, ci si è confrontati in sessioni plenarie, per poi concludere la giornata con una tavola rotonda dal titolo “Lavoro, competenze e innovazione sostenibile”.
Fonte:  https://www.adnkronos.com/sostenibilita/appuntamenti/2019/11/19/forum-sostenibilita-fortune-italia-sviluppo-sostenibile-dell-economia-globale_OW6jAsODs4CoVcqAO24ThK.html

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L’INTERVISTA - "Il Volto racconta la nostra storia" Intervista a Lorella Zanardo - A cura di Giuseppe de Paoli

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In epoca digitale il Volto è sottoposto a continui cambiamenti, ritocchi, mascheramenti. Cambiamenti perlopiù dovuti alla non accettazione del tempo che passa e, andando un po’ più in profondità, alla paura della morte.
Eppure il nostro volto parla di noi, ha un valore unico, irripetibile che andrebbe salvaguardato; inseguire l’obiettivo, irraggiungibile, di fermare lo scorrere del tempo non fa altro che minare le normali relazioni umane e creare smarrimento

Ne parliamo con Lorella Zanardo, giornalista e scrittrice, già autrice de Il corpo delle donne ora promotrice di “Volto Manifesto”, campagna di sensibilizzazione – realizzata con Cesare Canu e la Fondazione Il Lazzaretto di Milano – per stimolare una riflessione sul tema del volto in epoca digitale.

Dopo “Il corpo delle donne”, parliamo de “Il volto”: come nasce l’idea di questo progetto?

Già quando stavamo lavorando al documentario “Il corpo delle donne” ci siamo resi conto, osservando le immagini proposte dai mass media, che il volto umano era, ed è, in profonda trasformazione attraverso modificazioni virtuali e reali.
Le pratiche e le occasioni di manipolazione delle facce si sono moltiplicate in questi anni: fotoritocchi massicci sui social network e in pubblicità; creazione, tramite la computer graphic, di human digitals di sorprendente somiglianza; creazione di androidi dai tratti sempre più dettagliatamente antropomorfi, potenziati da un’intelligenza artificiale sempre più raffinata.
Di fronte a questa situazione ho cominciato, com’è mia abitudine, a pormi delle domande: come queste trasformazioni influiscono sulle nostre relazioni e sulla società in generale? Quale ricaduta hanno sulle nostre vite? La scomparsa del “vecchio” volto sarà senza conseguenze per la collettività?
Sono domande che trovo giusto condividere all’interno del dibattito pubblico.
Domande importanti visto che nella vita, sociale e privata, degli ultimi anni abbiamo avuto, e avremo, tanti incontri con facce artificiali: facce molto diverse tra loro, ma accomunate da un obiettivo irraggiungibile: fermare lo scorrere del tempo.

Già nel 2006, con il film “Time”, il regista coreano Kim Ki-duk denunciava la pratica sempre più estesa della chirurgia estetica per cercare di sfuggire ai segni del tempo, fino al limite della perdita d’identità. Oggi il fenomeno sta diventando planetario, anche “grazie” al ruolo della rete. Vede affinità con quello che succede nel nostro Paese?

Indubbiamente. Kim Ki-duk è uno dei più grandi registi viventi ed anche su questo tema ha visto in profondità quanto stava avvenendo ed è riuscito a raccontarlo con coerenza ma senza giudizio morale, portando la questione al suo punto centrale: la paura del cambiamento che il passare del tempo implica.
Il cambiamento e la decadenza che ci riguardano tutti si possono affrontare se si hanno, come individui e come società, dei punti di riferimento, valori condivisi, un fine che non sia solo materiale e superficiale. Altrimenti il timore, umanissimo, per l’invecchiamento diventa un male difficile da curare, che arriverà ad alimentare pratiche spersonalizzanti e degradanti.
Certamente questa situazione oggi la si può vedere anche sui social media e non solo per quanto riguarda il rapporto con il tempo e la propria immagine. Infatti i social network e in generale l’uso della Rete, sono improntati sempre più a comportamenti frettolosi, compulsivi, emotivi, dove l’unico fine pare la soddisfazione immediata di consenso e seguito, di una fittizia e insincera affermazione di sé.
E tutto questo perché, sarò noiosa ma va ripetuto, scontiamo la mancanza di una vera politica educativa di fronte all’immensità del nuovo universo digitale.

In che modo il digitale ha modificato la percezione dei giovani rispetto ai canoni di bellezza?

Rendendoli più fragili, più dipendenti dal gruppo, più inclini a cercare il consenso che non l’affermazione di se stessi.
Proprio nel momento in cui la vita digitale permetterebbe, potenzialmente, la totale affermazione delle inclinazioni personali, ci troviamo invece di fronte ad un’evidente massificazione estetica, dove tutte e tutti cercano di somigliarsi nel terrore di non apparire conformi ai modelli dominanti.
Questo avviene anche perché si fa molto poco per rendere autonome le nuove generazioni nei confronti della pressione che i media esercitano sulla vita, ad esempio attraverso l’educazione e l’alfabetizzazione ai media stessi.
Tra le tante ricerche e analisi del fenomeno in questi ultimi anni, trovo molto illuminante quella del fotografo John Rankin che ha fatto un esperimento assai utile. Ha invitato un gruppo di adolescenti a modificare il proprio volto con gli strumenti del fotoritocco.
Guardando il video che ne è stato tratto, reperibile facilmente su Internet, si nota subito come i volti dei ragazzi coinvolti tendano tutti nella stessa direzione: pelle schiarita, occhi ingranditi, naso rimpicciolito, ovale ristretto.
Sia le ragazze che i ragazzi. Rankin ha completato l’esperimento domandando ai giovani che vi hanno partecipato se si piacessero di più con le modifiche apportate: hanno tutti risposto di no, ma che in questa nuova versione si sentivano più a loro agio per presentarsi sui social network.
È evidente che non siamo di fronte ad esigenze estetiche ma alla paura dell’esclusione sociale.

10 puntiSiamo vivendo una fase di trasformazione e cambiamento di grande portata che mette in gioco svariati ed importanti elementi, vero?

Infatti: riprende quota l’antico sogno di creare dei nostri simili, capaci di emularci dando vita ad esseri dotati di intelligenza e, un giorno magari, anche capaci di coscienza ed emozioni.
I canoni di bellezza contemporanei, fortemente segnati dal conformismo, “spingono” sempre più verso l’omologazione dei tratti e deviare da questi canoni comporta, sempre più, esclusione dai trend sociali e solitudine.
Inoltre c’è l’idea di rimozione del “vecchio”, sia come concetto sia come manifestazione concreta, con le conseguenti manipolazioni volte far apparire un “eterno presente” del tutto artificiale.
Date le dimensioni planetarie di queste trasformazioni del volto, al quale concorrono la videografica, la robotica, la chirurgia, il fotoritocco, delle domande si impongono: cosa significano queste presenze artificiali per le relazioni interpersonali e per l’auto-percezione di sé? Quale ricaduta ha sulle nostre vite la manipolazione del volto, non parte qualsiasi del corpo ma il “luogo” stesso che ci rende unici, che fa di noi delle persone?
Come rapportarsi all’esperienza perturbante dell’“Uncanny Valley”, la valle arcana dell’Intelligenza Artificiale, che ci mette di fronte a volti molto simili agli umani, ma che umani non sono (essendo invece androidi e/o creazioni della videografica)? Ed infine: la scomparsa del volto “vecchio” è davvero senza conseguenze per la collettività?
In questione non c’è ovviamente la libera scelta individuale dei comportamenti e delle modificazioni, ma il fatto che esperienze così complesse avvengano senza una consapevolezza diffusa e un discorso sociale condiviso.
Non si tratta pertanto di emettere giudizi ma di avviare una riflessione urgente perché il volto umano è il luogo dove il senso di esistere si manifesta. Prenderne coscienza è quanto mai necessario.
Attraverso l’idea del volto come patrimonio per l’umanità, il progetto Volto Manifesto si pone quindi come obiettivo quello di invitare tutti e tutte ad un dialogo collettivo e condiviso sul tema dell’unicità del volto, delle trasformazioni reali e digitali in atto, del ruolo unico ed irripetibile che il volto riassume all’interno delle relazioni umane e per l’etica di una società.

Cosa si può fare di più dal punto di vista educativo?

Molto, tutto. Le idee, i progetti, i metodi ci sono, esistono. Ma senza l’assunzione da parte delle istituzioni della responsabilità che hanno nei confronti della collettività, i tentativi di educare restano episodici e localizzati, senza diventare fenomeno nazionale e condiviso come i tempi hanno già reso necessario.
Resta difficile da capire come tutti, dai politici ai giornalisti agli opinionisti agli imprenditori, affermino che è fondamentale preparare le persone al nuovo mondo digitale, che poi novità non è più ma è la nostra realtà quotidiana, e poi alla prova dei fatti l’educazione ai media e al digitale non rientri mai tra le priorità nazionali.
C’è da chiedersi dove e come i giovani, ma anche le altre generazioni in un’ottica di long term education, dovrebbero acquisire le competenze per essere cittadini digitali autonomi e consapevoli. La dipendenza e la capacità di “smanettare” sui dispositivi mobili non può e non deve essere confusa per conoscenza.

C’è qualche buona pratica che l’Italia potrebbe adottare?

Sostenere questo progetto.

Come proseguirà la campagna “Volto Manifesto”?

Stiamo lavorando alla preparazione di un sito dedicato che ospiterà video, articoli, podcast e risorse online da tutto il mondo.
L’intenzione è quella di mettere a disposizione del pubblico, delle scuole e degli studenti in particolare, i materiali utili a riflettere e studiare gli aspetti principali relativi al volto umano e al suo ruolo nelle relazioni interpersonali, nelle emozioni, nella comunicazione, nell’etica di una società.
È un lavoro ampio ed importante per il quale stiamo valutando la collaborazione con sponsor che vogliano sostenere l’iniziativa che, come spiegato, ha una finalità sociale.
Sarà inoltre un sensibilizzare e raccogliere consenso sulla campagna “Volto Patrimonio dell’Umanità”, che vuole diffondere la consapevolezza dell’unicità del volto e mira a creare una sorta di archivio dei volti e del loro senso
Un archivio che possa compensare l’uniformità di espressione che si va diffondendo e che sta impoverendo le straordinarie possibilità che, invece, le nostre facce ci offrono.

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DIRITTI UMANI E TECNOLOGIE - "Più diritti per un nuovo Umanesimo Digitale" - Luciana Delfini

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Le innovazioni tecnologiche modellano ogni aspetto della società, sempre più integrate con le nostre vite tanto da esercitare una pressione sulle dinamiche economiche e sociali e sollevare numerose questioni di natura etica e politica.

L’abolizione delle distanze fisiche, l’incontro tra culture, la diffusione della conoscenza, l’immediatezza delle comunicazioni e l’emersione di ulteriori player competitivi, stanno così orientando un nuovo umanesimo digitale che ha, in parte, alterato relazioni e valori esistenti.

Questi processi, uniti alla trasformazione strutturale guidata dai cambiamenti demografici, dalla globalizzazione e dai mutamenti climatici, hanno modificato anche il mondo del lavoro e degli affari. Quella che potrebbe essere una rivoluzione per le grandi opportunità economiche, comporterà, però, sfide tali da poter produrre effetti redistributivi distorsivi nel medio e lungo termine.
Da un lato tutto ciò creerà nuovi posti di lavoro; molte occupazioni, oramai obsolete, si perderanno, ed in questa transizione i lavoratori interessati potrebbero essere i meno attrezzati per cogliere le nuove occasioni. A ciò si aggiunga che il rapido potenziamento dell’automazione, della robotica e dell’intelligenza artificiale, sta originando molti interrogativi sui conseguenti impatti, sul futuro del lavoro (nonché su chi perderà o trarrà convenienza dalla loro espansione) e sulla capacità delle nostre attuali politiche, dei nostri sistemi giuridici e delle strategie di advocacy, di mitigare i rischi che potranno riflettersi proprio sulla tutela dei diritti.
Dall’altro, le nuove tecniche digitali possono anche essere viste come uno strumento importante per la promozione e la diffusione dei diritti umani, nonchè per la divulgazione e conoscenza delle loro violazioni.

La visione del fenomeno in tutte le sue dimensioni ha una reale importanza per tutti gli attori in gioco, in particolare per le aziende; consente alle stesse di migliorare le relazioni con gli stakeholder all’interno e all’esterno dei loro confini societari.
Dall’approvazione dei Principi guida - UN Guiding Principles on Business and Human Rights - del Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 20111 e a seguito delle numerose iniziative intraprese a livello internazionale, le aziende stanno comprendendo che affrontare i rischi collegati al mancato rispetto dei diritti umani è un elemento chiave delle policy societarie.
Esse hanno sempre più bisogno di un ambiente stabile in cui operare, con mercati sostenibili e nuove opportunità e necessitano di un quadro comune per comprendere le aspettative delle società e fornire valore alle parti interessate.

Anche se questi concetti si fondano sulla volontarietà da parte di tutti gli stakeholder coinvolti di proteggere e rispettare i diritti umani dal possibile impatto negativo dell’attività dei privati, negli ultimi anni si è assistito sicuramente a un’evoluzione dell’utilizzo di strumenti capaci di legare l’impegno del mondo degli affari a quello della giustizia.
Ovviamente il soggetto di diritto internazionale destinatario delle regole è lo Stato e pertanto è un suo principale obbligo di proteggere, rispettare e dare attuazione ai diritti umani (protect, respect and fulfil human rights).
L’approccio utilizzato per contrastare le violazioni di questi ultimi, da parte delle imprese per lo più di grandi dimensioni, è sempre stato il ricorso alla soft law, di natura, appunto, non vincolante, attraverso l’adozione di codici di condotta, best practices e principi. Questo impegno non ha però avuto lo sviluppo desiderato tanto che, nel giugno del 2014, nell’ambito delle Nazioni Unite, è stato istituito un gruppo di lavoro intergovernativo con lo scopo di elaborare un trattato internazionale che assoggetti le imprese al rispetto dei diritti umani.

Dove iniziano i diritti umani universali? In piccoli posti, vicino casa, così vicini e così piccoli che essi non possono essere visti su nessuna mappa del mondo. Ma essi sono il mondo di ogni singola persona; il quartiere dove si vive, la scuola frequentata, la fabbrica, fattoria o ufficio dove si lavora. Questi sono i posti in cui ogni uomo, donna o bambino cercano uguale giustizia, uguale opportunità, uguale dignità senza discriminazioni. Se questi diritti non hanno significato lì, hanno poco significato da altre parti”.
(Eleanor Roosevelt)

Detti lavori non sono ancora completi e partendo dalla “Zero Draft legally binding instrument”, si sta operando per dare rilievo: all’obbligo per le imprese di dimostrare la propria due diligence, al rafforzamento della corporate liability, alla previsione di rimedi efficaci contro le violazioni, alla ideazione di dispositivi di monitoraggio ed esecuzione sia a livello nazionale che internazionale.

I rapporti annuali sugli avanzamenti compiuti sono diffusi dal Global Compact delle Nazioni Unite.2 La maggior parte delle società, di grandi dimensioni, intervistate ha dichiarato di avere in atto politiche sui diritti umani, ma solo il 28% di queste riferisce di monitorare e valutare le loro prestazioni e il 25% di includere riferimenti sui diritti umani nella catena di approvvigionamento e negli accordi di subappalto con i fornitori.
Se poi esaminiamo le risposte relative ai progressi compiuti, poste ad imprese di diverse dimensioni, i risultati saranno differenti. Ad esempio, nel 2019, il 37% delle Piccole e Medie Imprese ha riferito di condurre corsi di formazione e sensibilizzazione per i dipendenti, mentre per le grandi aziende la percentuale sale al 593.
Come noto le PMI rappresentano circa il 90% delle imprese globalmente intese e il 50% dell’occupazione in tutto il mondo, dunque investire su strumenti di supporto per le queste ultimi potrebbe portare a pratiche più responsabili.

A sostegno dei diritti umani le aziende dovrebbero interagire con i responsabili politici, essere strumenti in continua evoluzione utili per i mutevoli momenti nei quali viviamo quali gli quelli affetti da cambiamento climatico, da conflitti, da migrazione forzata e da scarsità di risorse.
Nel mese di novembre 2019, l’UN Business and Human Rights Forum ha prodotto un rapporto “Navigating the Future of Business and Human Rights: Good Practice Examples” che affronta il modo in cui le aziende possono integrare i diritti umani nelle loro strategie aziendali e far avanzare soluzioni, incentrate sulle persone, per rispondere adeguatamente alle sfide globali.

Di fronte all’instabilità politica, alle crescenti disuguaglianze e alla crisi climatica, nessun settore della società, compreso quello degli affari, è immune dall’ambiente così complicato in cui ci troviamo ora.
In occasione del lancio del Report, Lise Kingo - CEO e direttore esecutivo del Global Compact delle Nazioni Unite - ha sollecitato una nuova visione tra il mondo produttivo e i diritti. “In un mondo in rapido mutamento, i diritti umani hanno dimostrato di essere una forza fondamentale per i leader di ogni tipo. Le aziende che rispettano i diritti umani inviano un segnale di affidabilità e serio sulla sostenibilità ai consumatori, agli investitori e al pubblico. Le imprese non sono indipendenti dalle comunità in cui operano. Oltre a gestire i rischi, esse devono investire proattivamente nei diritti umani e contribuire a creare le condizioni per una prosperità inclusiva”.

Il rispetto dei diritti umani anche da parte del mondo degli affari è, quindi, condizione preliminare per lo sviluppo sociale ed economico di un Paese; è tempo che il mondo del business riconosca che occorrerà premiare quei modelli di imprese che producono valore per l’intera società4.
In poche parole occorrerà “rendere le aziende più umane”, qualunque sia la loro dimensione e ovunque esse operino.

 Note
1. Human Rights Council, ‘Human Rights and Transnational Corporations and Other Business Enterprises’, A/HRC/ Res 17/4 (16 June 2011), endorsing ‘Guiding Principles on Business and Human Rights: Implementing the United Nations “Protect, Respect and Remedy” Framework’, A/HRC/17/31, 21 March 2011..
2. NU, United Nations Global Compact, 24 giugno 2014.
3. UN Global Compact, “Navigating the Future of Business and Human Rights. Good Practice Examples”, New York, novembre 2019.
4. Business Roundtable, New Manifesto, agosto 2019, https://www.businessroundtable.org/business-roundtable-redefines-the-purpose-of-a-corporation-to-promote-an-economy-that-serves-all-americans

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CULTURA E SOCIETÀ - "La rivoluzione dei sussurri" - Marco Mozzoni

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“Assistiamo in tutto il mondo a un’escalation di xenofobia, razzismo, intolleranza in cui i socialmedia e le nuove piattaforme di comunicazione sono diventate incubatori di fanatismo... I discorsi pubblici sono pieni di retoriche incendiarie che stigmatizzano e disumanizzano le minoranze, i migranti, i rifugiati, le donne, gli ‘altri’ in genere”1.
A parlare è Antonio Guterres, segretario generale dell’ONU che, nel maggio scorso, ha avviato un Piano di azione per contrastare il fenomeno dell’hate speech, i discorsi pieni d’odio che dilagano su internet.

In rete i “nemici” sono spesso identificati ad arte, per sfruttare la reazione intestina delle masse, sempre più frustrate e facilmente manipolabili dai capipopolo di turno, persone scaltre che vengono agevolate dal crescente scollamento tra realtà e percezione.
Uno “scollamento” in cui l’Italia sembra eccellere2: dalle cifre sugli anziani a quelle sulla disoccupazione, dal tasso di omicidi al “peso” di immigrati e irregolari, i numeri immaginati risultano, infatti, sempre decisamente superiore a quelli reali.
Fosse solo un problema di scarsa conoscenza, ce la caveremmo con una battuta, “ripassi a settembre”.
Ma dato che sono convinzioni che si radicano nei sentimenti profondi e spesso portano a prese di posizione faziose quando non ad azioni sconsiderate – dai commenti deliranti sui socialmedia agli atti criminali veri e propri – non possiamo far finta di niente!

Non stiamo più semplicemente giocando col telefonino. Il pericolo è che tutta questa ondata d’odio “virtuale” alla fine sfoci in crimini nel “mondo reale”, commessi in gran parte – come è già successo – ai danni delle minoranze.
Lo spiegano bene in uno studio sul British Journal of Criminology3 i ricercatori dell’HateLab dell’Università di Cardiff, che interpretano le dinamiche online come “predittive” delle azioni criminali off line.

Che fare allora? Si cerca di correre ai ripari. Lo fa, non ultima, la Commissione Europea che dal 2016 condivide con Facebook, Twitter, YouTube e altre aziende social, un “Codice di condotta”4 per regolamentare i comportamenti in rete.
Siamo però così tanto abituati a questo clima da non riuscire a vedere altro all’orizzonte, rischiando di perdere di vista la ricchezza della realtà che, spesso, oltrepassa le nostre impigrite percezioni.

Facciamo però un esperimento. Proviamo a lasciar perdere, almeno per un attimo, chi grida e urla.
Proviamo a orientare i nostri sensi verso altri segnali. Non è difficile, basta uscire un secondo dalle abitudini quotidiane. Scopriremo con sorpresa che l’odio non è l’unica tendenza della rete.

Sul Web ha preso rapidamente piede un nuovo fenomeno: l’ASMR5, acronimo che indica la “risposta autonoma del meridiano sensoriale” di fronte a stimoli o filmati in cui la gente sussurra, manipola oggetti, accarezza superfici, si improvvisa in giochi di ruolo in cui “si prende cura degli altri”.
Questi e altri stimoli sono in grado di indurre nell’organismo uno stato misto di rilassamento ed euforia, spesso unito a brividi e formicolii, che partono dalla testa e si diffondono in tutto il corpo.
Sono “emozioni complesse, radicate nella fisiologia umana”, capaci di stimolare le aree del cervello alla base dell’empatia, della motivazione, dei comportamenti prosociali, dell’affiliazione. Tutto questo, spiegano i ricercatori, ricorda da vicino il grooming tra i primati, in cui la reciproca attenzione, mediata da una semplice attività, rinsalda il legame del gruppo.
E si tratta, dicono gli esperti di Google, del fenomeno più imponente registrato sul web negli ultimi anni.

Come abbiamo fatto noi adulti a non accorgercene prima? Eppure se chiediamo ai nostri nipoti, per loro è un’esperienza quotidiana, nemmeno tanto sorprendente.
Forse non ci siamo resi conto, o per niente accorti, della portata di un movimento spontaneo che da tempo sta coinvolgendo attivamente milioni di persone, con i giovani in prima linea. Un movimento che è destinato a crescere, a cambiare radicalmente il nostro modo di comunicare, di relazionarci con gli altri, di percepire, di agire.

Perché non intercettare queste onde anomale e favorirne la diffusione? Perché non promuoverne lo studio e la ricerca?
Comunicatori, pubblicitari, “spin-doctor”, manager delle aziende innovative, educatori di ogni ordine e grado, clinici, politici con un minimo di decoro, giornalisti della televisione e dei nuovi media, potrebbero trarne grande giovamento.
Alcuni in verità si sono già lasciati “contaminare” sperimentando con successo nuovi format. Lo fa la BBC, il National Geographics, le Ferrovie britanniche e grossi marchi della moda. Altri stanno iniziando a muovere i primi passi…

L’ASMR è un po’ uno specchio della realtà per come potrebbe tornare a essere. E non è indifferente il fatto che il fenomeno sia stato messo in circolo proprio dalle giovanissime comunità della rete.
L’ASMR è una sorta di antivirus alla volgarità, all’odio, all’arroganza dei nostri giorni. Una rivoluzione dal basso, una “rivoluzione dei sussurri” che piano piano, con discrezione, ma con numeri sempre più consistenti, sta arrivando a scalzare, delegittimandolo, quell’esistente che non piace più a nessuno.

Note
1. Antonio Guterres, United Nations Secretary-General, Foreword to the United Nations Strategy Plan of Action on Hate Speech, May 2019.
2. Nando Pagnoncelli, La penisola che non c’è. La realtà su misura degli Italiani, Mondadori, 2019.
3. Matthew L Williams et al., “Hate in the Machine: Anti-Black and Anti-Muslim Social Media Posts as Predictors of Offline Racially and Religiously Aggravated Crime”, The British Journal of Criminology, 23 July 2019.
4. European Commission, “Factsheet: How the Code of Conduct helped countering illegal hate speech”, Feb 2019.
5. Marco Mozzoni, ASMR. La rivoluzione dei sussurri, Tecniche Nuove Editore, 2019.

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PROGRAMMA IL FUTURO - "Informatica per il bene comune" - A cura di Reputation Agency

manifesto piccolo

Al via la “Settimana internazionale dell’educazione all’informatica” (Computer Science Education Week) che si svolgerà dal 9 al 15 dicembre 2019, con un’attiva partecipazione di Programma il Futuro, il progetto attuato dal CINI (Consorzio Interuniversitario Nazionale Informatica) per conto del MIUR (Ministero Istruzione, Università, Ricerca) per diffondere nelle scuole le basi scientifiche dell’informatica.

L’Ora del Codice è la modalità iniziale di avviamento ai principi fondamentali dell’informatica (il cosiddetto pensiero computazionale) consistente nello svolgimento di un’ora di attività di programmazione. In questa settimana di dicembre le iniziative avvengono in concomitanza con analoghe attività in corso in tutto il mondo. Molteplici sono le attività proposte da Programma il Futuro per partecipare all’iniziativa, ma anche per svolgere esercizi durante l’anno scolastico (https://programmailfuturo.it/come/ora-del-codice/introduzione)

Lo scorso anno l’Ora del Codice è stata dedicata al tema della Creatività ed ha ispirato gli studenti di tutto il mondo a dare vita a nuove creazioni sfruttando l’informatica. Solo all’interno di Code.org sono stati creati più di 55 milioni di progetti. La sfida è superare il miliardo di partecipanti.

Quest’anno l’Ora del Codice intende continuare ad ispirare la creatività degli studenti con un nuovo tema: l’informatica per il bene comune.
Richiamandosi agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite (Sustainable Development Goals - SDGs), questa edizione vuole enfatizzare l’importanza di usare l’informatica per avere un impatto positivo sul mondo che ci circonda, dalla scrittura di nuove app per risolvere un problema locale, all’uso di idee innovative nell’analisi dei dati per affrontare sfide globali.
L’informatica, infatti, può consentirci di gestire molte sfide. Può aiutarci ad ottenere energia sostenibile, una migliore assistenza sanitaria, oceani più puliti, un accesso più equo all’istruzione e l’opportunità di un futuro migliore. Tuttavia, i ragazzi di oggi potranno creare le soluzioni per i problemi di domani solo se verrà data loro la possibilità di imparare come fare. Ogni bambino possiede creatività, passione, empatia e curiosità; dare loro le opportunità per esprimerle, li rende più preparati ad affrontare le sfide tecnologiche e a trarne beneficio.
Per sostenere la comunicazione dell’evento sono stati scelti questi hashtag:
#CSforGood #informaticaXbenecomune #HourOfCode #OradelCodice @programmailfuturo

Programma il Futuro apre la settimana internazionale con un’iniziativa dedicata alla cittadinanza digitale consapevole: se si vuole lavorare per il bene comune, si deve partire prima di tutto dal proprio benessere, e conoscere come funzionano i dispositivi digitali, con annessi rischi e vantaggi.
Il 9 dicembre dalle 18.30 alle 19.00 Programma il Futuro lancia, quindi, le nuove guide sulla cittadinanza digitale consapevole. Si tratta di un’area fondamentale del progetto (http://programmailfuturo.it/come/cittadinanza-digitale), dal momento che mira a preparare cittadini sempre più informati e capaci di muoversi nel mondo digitale, dimostrando di saper utilizzare un pensiero critico rispetto alla rete e ai media. Per ottenere risultati efficaci, però, bisogna partire fin dalla scuola. Per questo il progetto mette a disposizione degli insegnanti guide tematiche destinate ai diversi livelli scolastici.

Il valore dei dati
Nell’era digitale, dove si condividono dati e informazioni con sorprendente facilità, è necessario tutelare gli aspetti di sicurezza e privacy. Le guide Dati personali e altri dati (https://programmailfuturo.it/come/cittadinanza-digitale/cittadinanza-digitale-primaria/dati-personali-e-altri-dati) e Segui le tracce digitali (https://programmailfuturo.it/come/cittadinanza-digitale/cittadinanza-digitale-primaria/segui-le-tracce-digitali) chiariscono il valore dei dati personali e non, ed insegnano ai ragazzi a capire cosa si può condividere on line senza esporsi a rischi: le informazioni che si rilasciano in rete, infatti, lasciano sempre un’orma digitale e creano conseguenze nella vita reale.

Contro gli atti di bullismo
La guida Caccia via le cattiverie dallo schermo (https://programmailfuturo.it/come/cittadinanza-digitale/cittadinanza-digitale-primaria/caccia-via-le-cattiverie-dallo-schermo) spiega come riconoscere le azioni di cyberbullismo e, soprattutto, consiglia i comportamenti più idonei per difendersi.

Le lezioni, adatte per gli alunni della scuola primaria, sono basate sul materiale fornito dall’associazione americana no profit Common Sense, tradotto e adattato dallo staff di Programma il Futuro. Per una maggiore efficacia, inoltre, le lezioni includono esercitazioni e momenti di verifica con l’insegnante. 

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DIRITTO E TECNOLOGIE - "PA digitalizzata e Giustizia amministrativa" - Caterina Flick

eu osha

Algoritmi e e-government
Secondo l’enciclopedia Treccani l’algoritmo è qualsiasi procedimento “effettivo” di computo di una funzione o di decisione di un insieme (o predicato), cioè qualsiasi procedimento che consenta, con un numero finito di passi eseguiti secondo un insieme finito di regole esplicite, di ottenere il valore della funzione per un dato argomento, o di decidere se un dato individuo appartiene all’insieme (o soddisfa il predicato).

L’algoritmo deve soddisfare alcuni requisiti. Deve esser effettivamente eseguibile, e quindi le istruzioni devono essere riconoscibili dall’esecutore. Le istruzioni devono essere finite, anche se possono essere moltissime. Ogni passo della sequenza deve decidere, in modo determinato, quale sarà il passo successivo. La sequenza deve essere effettiva, cioè tendere ad un risultato concreto, reale e virtualmente utile. L’algoritmo è la base per lo sviluppo di software, elaborato ed utilizzato per automatizzare attività complesse e gestire grandi quantità di dati.
Nel corso del tempo il diritto si è interrogato sul modo in cui debba essere strutturata la relazione tra l’automazione e l’essere umano, sia quando ha un impatto sul rapporto tra privati, sia quando ha un impatto sulle decisioni prese dalle amministrazioni pubbliche. Lo sviluppo dell’automazione nelle imprese e nelle amministrazioni pubbliche, è un dato di fatto che è stato accompagnato da iniziative legislative, sia europee che italiane, che ne hanno segnato il percorso e si propongono obiettivi a lungo termine. In Italia il riferimento normativo principale per la “digitalizzazione” delle amministrazioni, sia all’interno che nei rapporti con cittadini e imprese è il Codice dell’Amministrazione Digitale, introdotto nel 2005 e più volte modificato e integrato.

Come sono stati utilizzati dal MIUR gli algoritmi e di cosa si sono lamentati i ricorrenti
Per raggiungere l’obiettivo le amministrazioni non devono concentrarsi sulle tecnologie digitali in quanto tali, ma devono coniugarne l’applicazione a un cambiamento organizzativo e all’acquisizione di nuove competenze. Nel concreto le cose non sono tanto semplici, come si è visto in un caso di utilizzo di un procedimento automatizzato applicato su larga scala, che ha avuto grande risonanza. Infatti nell’informatizzazione dei procedimenti amministrativi è in gioco l’effettiva idoneità, della trasformazione digitale del rapporto fra l’amministrazione e il cittadino, a permettere di tenere in considerazione tutti gli interessi, consentendone la valutazione più opportuna da parte dell’amministrazione.

Nel 2015 la legge sulla “buona scuola” avviava un piano nazionale straordinario di assunzione di insegnanti a tempo indeterminato, per la copertura di posti vacanti in tutta Italia, delegando al Ministero dell’Istruzione e della Ricerca la definizione della procedura di assunzione, che nella individuazione del posto da assegnare a ciascun candidato doveva tenere conto, tra l’altro, della preferenza espressa dal candidato. La procedura per l’attuazione del piano di assunzione, che coinvolgeva quasi 50mila docenti, era molto complessa, e prevedeva l’inoltro delle domande attraverso il portale ISTANZE ON LINE e l’utilizzo di un software sviluppato appositamente per il MIUR.
L’uscita delle graduatorie, e l’assegnazione dei posti, erano seguiti da una pioggia di ricorsi. I ricorrenti si lamentavano perché non si era tenuto conto delle loro preferenze e ritenendo di essere stati ingiustamente scavalcati da colleghi con meno titoli o meno anzianità. Tutto ciò sarebbe accaduto perché l’assegnazione dei posti era stata decisa grazie all’utilizzo di un software che aveva sbagliato le valutazioni – errando nella valutazione dei requisiti, nella compilazione delle graduatorie e nell’indicazione dei posti da assegnare – utilizzando criteri non conosciuti né conoscibili, così frustrando i criteri meritocratici che regolano l’assunzione del personale nelle pubbliche amministrazioni.

Le decisioni dei Tribunali Amministrativi Regionali
Nel 2017 il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio ordinava al MIUR di rilasciare alle organizzazioni sindacali ricorrenti la copia dei codici sorgente del software utilizzato. Successivamente, diversi Tribunali Amministrativi Regionali accoglievano i ricorsi presentati dai docenti e annullavano i provvedimenti adottati nei loro confronti dal Ministero.
L’ultima decisione nota è quella depositata dal Tribunale del Lazio il 13 settembre 2019. Il giudice ritiene che di fatto è mancata una vera e propria attività amministrativa, poiché si è affidato a «un impersonale algoritmo» lo svolgimento dell’intera procedura di assegnazione dei docenti alle sedi disponibili nell’organico dell’autonomia della scuola. Secondo il TAR nessuna complicatezza o ampiezza di una procedura amministrativa, in termini di numero di soggetti coinvolti e di ambiti territoriali interessati, può legittimare la sua devoluzione ad un meccanismo informatico o matematico del tutto impersonale e orfano di capacità di valutazione delle singole fattispecie concrete, tipiche invece della tradizionale e garantistica istruttoria procedimentale che deve informare l’attività amministrativa, specie quando la procedura sfocia in provvedimenti che incidono su posizioni giuridiche soggettive di privati e che hanno di conseguenza ovvie ricadute sugli apparati e gli asseti della pubblica amministrazione. Secondo il giudice un algoritmo non può mai assicurare le garanzie procedimentali imposte dalla legge per i procedimenti amministrativi, anche se l’algoritmo è preimpostato per tenere conto di posizioni personali, di titoli e punteggi.

E non basta. Secondo il giudice sono proprio gli istituti di partecipazione, di trasparenza e di accesso, in sintesi la relazione del privato con i pubblici poteri, a non poter essere legittimamente mortificate e compresse soppiantando l’attività umana con quella impersonale che può essere svolta in applicazione di regole o procedure informatiche o matematiche «che poi non è attività, ossia prodotto delle azioni dell’uomo». La sostituzione della procedura informatica alla valutazione umana porta anche a frustrare l’obbligo di motivazione delle decisioni amministrative e non permette, inizialmente all’interessato e successivamente, su impulso di questi, al giudice, di percepire l’iter logico-giuridico seguito dall’amministrazione per giungere ad adottare un determinato provvedimento. Insomma, secondo il TAR l’informatizzazione spinta del procedimento amministrativo sarebbe l’attuazione degli incubi di orwelliana memoria, tanto da porsi in contrasto con i diritti fondamentali garantiti dalla Costituzione e dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Dal Consiglio di Stato uno spiraglio verso l’innovazione
Diversa la posizione assunta dal Consiglio di Stato, il collegio di grado superiore al Tribunale Amministrativo Regionale, nella (finora unica) sentenza dell’8 aprile 2019, che ha bocciato la procedura utilizzata in concreto dal MIUR, ma ha salvato il principio secondo cui un procedimento amministrativo può essere affidato ad un software, trovando il modo di conciliare l’automazione dei processi e la difesa dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio di Stato ha fatto una importante affermazione di principio in sintonia con il percorso verso la digitalizzazione, individuato dai piani per l’eGovernment europei e italiani. In procedimenti complessi – nei quali è necessario esaminare una moltitudine di domande e valutarle tenendo conto di dati certi e oggettivamente comprovabili, senza alcun apprezzamento discrezionale – l’uso da parte della Pubblica Amministrazione di un software che conduca direttamente alla decisione finale è conforme ai principi di efficienza, economicità e buon andamento della Pubblica Amministrazione e deve essere incoraggiata.
L’automazione permette infatti, ad esempio, di ridurre notevolmente i tempi necessari per lo svolgimento di operazioni meramente ripetitive e prive di discrezionalità, e di garantire meglio l’imparzialità della decisione, eliminando le interferenze dovute a negligenza o dolo del funzionario-essere umano.
Il software utilizzato deve in ogni caso essere conforme ai principi che l’ordinamento impone allo svolgimento dell’attività amministrativa. Esso è quindi condizionato ai principi generali di pubblicità, trasparenza, ragionevolezza, proporzionalità ecc.; la discrezionalità deve essere esercitata nel momento della elaborazione del software, prevedendo con ragionevolezza una soluzione definita per tutti i casi possibili (anche i più improbabili), non lasciando «spazi applicativi discrezionali». Infine il procedimento amministrativo, deve in ogni caso iniziare e concludersi con la supervisione dell’essere umano. Perciò l’amministrazione deve preoccuparsi di mediare e comporre gli interessi in gioco, sia prima nella fase di progettazione e sviluppo, che dopo, anche per mezzo di costanti test, aggiornamenti e adeguamenti del software (soprattutto nel caso di apprendimento progressivo e di deep learning). Il giudice a sua volta, se chiamato a pronunciarsi sulla correttezza della decisione finale dell’amministrazione – e sulla correttezza del software che l’ha determinata – deve poterlo ispezionare e così valutare la correttezza del processo automatizzato in tutte le sue componenti.

Ne consegue che il software deve avere delle caratteristiche ben precise che tengano conto degli obblighi imposti all’azione amministrativa, esso deve perciò essere modellato coinvolgendo tutte le competenze informatiche, giuridiche, statistiche, amministrative necessarie (il Consiglio di Stato richiama la “caratterizzazione multidisciplinare” dell’algoritmo) e le regole utilizzate devono essere comprensibili non solo ai tecnici.
Primo: l’algoritmo deve essere “conoscibile”, secondo una declinazione rafforzata del principio di trasparenza nelle decisioni delle amministrazioni pubbliche; questo implica anche la piena conoscibilità di una regola espressa in un linguaggio differente da quello giuridico. Secondo: l’algoritmo deve essere soggetto al pieno sindacato del giudice amministrativo, così da garantire che il potere sia stato in concreto esercitato ponendosi in ultima analisi come declinazione diretta del diritto di difesa del cittadino, al quale non può essere precluso di conoscere le modalità (anche se automatizzate) con le quali è stata in concreto assunta una decisione destinata a ripercuotersi sulla sua sfera giuridica.

In definitiva la decisione amministrativa automatizzata impone al giudice di valutare la logica e la ragionevolezza della decisione amministrativa, tenendo conto della correttezza del processo informatico in tutte le sue componenti: dalla sua costruzione, all’inserimento dei dati, alla loro validità, alla loro gestione (conoscibilità dell’algoritmo e dei dati inseriti). Nel caso concreto la procedura informatizzata che ha deciso dove mandare gli insegnanti assunti ha sbagliato, (soltanto) perché l’algoritmo alla base del sistema software era sbagliato.

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SALUTE E SICUREZZA - "Verso la prossima campagna EU-OSHA" - a cura di Reputation Agency

graficoLa chiusura del secondo anno di Campagna è sempre un momento intenso per l’EU-OSHA. Quest’anno infatti, oltre alla celebrazione della settimana europea per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, celebrata nel 2019 tra il 21 e il 25 ottobre con decine di iniziative di sensibilizzazione in tutta Europa (https://healthy-workplaces.eu/it/inside-eu-osha/press-room/join-eu-osha-marking-european-week-safety-and-health-work-2019), si è tenuto a Bilbao l’Healthy Workplace Summit 2019.

Il tema della Campagna 2018-2019 è stato particolarmente sentito dall’Agenzia, in quanto la gestione delle sostanze pericolose nei luoghi di lavoro rappresenta un problema con un grande impatto su aziende e lavoratori. L’ultima indagine ESENER-3, divulgata dall’EU-OSHA nel 2019, evidenzia infatti che il 38% delle imprese europee riferisce la presenza di sostanze chimiche o bio­logiche potenzialmente pericolose nei propri luo­ghi di lavoro, confermando come l’argomento coin­volga una fetta molto ampia del mondo del lavoro.

Per dare maggiore risalto a questi aspetti e sensibilizzare ancor di più sul tema, il 12 e 13 novembre si è svolto il vertice «Ambienti di lavoro sani e sicuri», a conclusione della Campagna avviata lo scorso anno. Abbiamo avuto il piacere di essere presenti all’incontro, su invito dell’EU-OSHA avuto come riconoscimento del nostro ruolo di Media Partner della Campagna (e di quelle precedenti), per partecipare a un momento fondamentale di confronto sui principali temi inerenti la Salute e sicurezza negli ambienti di lavoro in presenza di sostanze pericolose, che ha registrato una partecipazione eccezionale da parte di organizzazioni e focal points.
Christa Sedlatschek, direttore esecutivo dell’EU-OSHA, ha confermato il grande successo dell’iniziativa, affermando che «La partecipazione alla campagna 2018-2019 ha raggiunto un livello senza precedenti. I punti focali dell’EU-OSHA hanno organizzato in oltre 30 paesi oltre 350 attività alle quali hanno aderito più di 17 000 partecipanti. Il vertice “Ambienti di lavoro sani e sicuri” segna la conclusione di questa fortunata campagna, che proseguirà ulteriormente offrendo al nostro pubblico strumenti pratici e orientamento e impegnandoci costantemente nella realizzazione del piano d’azione “Tabella di marcia sugli agenti cancerogeni”» (https://healthy-workplaces.eu/it/inside-eu-osha/press-room/healthy-workplaces-summit-promotes-best-practice-managing-dangerous).

Nel corso dell’evento, molti sono stati i temi trattati, suddivisi in workshop tematici che hanno affrontato 4 pilastri fondamentali: le misure di prevenzione per ridurre al minimo l’esposizione ad agenti cancerogeni sul lavoro; le buone pratiche e gli interventi efficaci; la gestione sostenibile e sostituzione di sostanze pericolose nei processi di produzione; le sfide future per una prevenzione efficace.

Al Summit, inoltre, sono state premiate le organizzazioni aderenti al premio Buone pratiche, giunto quest’anno alla 14a edizione, che ha l’obiettivo di coinvolgere aziende e istituzioni e divulgare le migliori iniziative e progetti con focus sulla gestione attiva delle sostanze pericolose a lavoro, con particolare attenzione all’innovazione e all’eccezionalità degli approcci adottati (https://healthy-workplaces.eu/it/get-involved/good-practice-awards).

A questi esempi di buone pratiche l’Agenzia ha dato ampio risalto, riservando loro una pubblicazione che riporta i dettagli delle iniziative adottate, sia vincitrici che assegnatarie della menzione. Già sul sito dell’Agenzia è possibile approfondire tre di questi progetti: il caso dell’azienda manifatturiera slovena Gorenje, elogiata per le misure di controllo adottate per ridurre al minimo l’esposizione dei lavoratori alle sostanze pericolose nella fabbricazione di elettrodomestici; l’esempio della British Occupational Hygiene Society, che ha predisposto uno strumento web gratuito per la selezione delle misure più idonee a proteggere i lavoratori dai pericolosi fumi della saldatura; il caso dell’impresa agricola olandese Mansholt BV, che ha affrontato il rischio di esposizione alla polvere nel processo di cernita delle patate, mettendo in atto una serie di misure tecniche e organizzative collettive per ridurre al minimo la presenza di polvere. (https://osha.europa.eu/it/publications/healthy-workplaces-good-practice-awards-2018-2019/view).
Gli altri progetti, sia premiati che elogiati, possono essere approfonditi scaricando l’opuscolo in inglese ad essi dedicato, così da diventare veri e proprio casi studio.

Il Summit di Bilbao ha rappresentato anche un passaggio di consegne tra vecchia e nuova Campagna, accompagnando i Paesi europei verso il prossimo importante tema della prevenzione dei disturbi muscolo-scheletrici lavoro correlati (DMS), che si aprirà ufficialmente nella primavera del 2020 e proseguirà fino al 2022. L’Agenzia ha deciso di accendere i riflettori su questi aspetti in quanto le conseguenze della postura, dei movimenti ripetitivi o di posizioni troppo faticose o dolorose, nonché la movimentazione o il sollevamento di pesi eccessivi, sono fattori di rischio molto comuni e spesso sottovalutati nei luoghi di lavoro. La prossima campagna mirerà quindi ad analizzare le cause del problema, sensibilizzando le organizzazioni ed i lavoratori attraverso informazioni di alta qualità, per promuovere un approccio integrato alla gestione del problema e a proporre strumenti e soluzioni pratiche realmente utili ed efficaci (https://osha.europa.eu/it/healthy-workplaces-campaigns/future-campaigns).

I prossimi mesi saranno quindi densi di attività per la transizione tra le due campagne e possono rappresentare per tutti, lavoratori, istituzioni e aziende, un momento di ulteriore riflessione sui temi di salute e sicurezza, centrali per il benessere dei luoghi di lavoro.

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REPUTATION today - anno V, numero 23, dicembre 2019

Direttore Responsabile: Giuseppe De Paoli
Responsabile Scientifico: Isabella Corradini
Responsabile area Sistemi e Tecnologie: Enrico Nardelli
Redazione: Ileana Moriconi
Grafica: Paolo Alberti

Pubblicazione trimestrale registrata presso il Tribunale di Roma il 13/02/2014 n. 14

RA neltuonome

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via Veturia 44- 00181 Roma
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Gli argomenti proposti debbono essere correlati agli aspetti gestionali, organizzativi, giuridici e sociali delle seguenti aree: comunicazione e social media; reputazione aziendale; società, cultura e reputazione; buone pratiche; reputazione on line; misurazione della reputazione.
Il sommario dovrà chiarire lo scopo e le conclusioni del lavoro e non dovrà superare le 300 battute (spazi inclusi).
Didascalie e illustrazioni devono avere un chiaro richiamo nel testo.
La bibliografia sarà riportata in ordine alfabetico rispettando le abbreviazioni internazionali.
La Direzione, ove necessario, si riserva di apportare modifiche formali che verranno sottoposte all’Autore prima della pubblicazione del lavoro.

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