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Venerdì, 27 Marzo 2020 14:07

Economia circolare e lotta allo spreco alimentare In evidenza

Intervista a Andrea Segrè, professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata dell'Università di Bologna

A cura di Giuseppe De Paoli

Pubblicata sul numero 24/2020 di Reputation Today

Professore ordinario all’Università di Bologna, e fondatore di Last Minute Market impresa sociale per la prevenzione ed il recupero degli sprechi alimentari Andrea Segrè studia e applica i fondamenti dell’ecologia economica, circolare e sostenibile. È presidente della Fondazione FICO e del Centro Agrolimentare di Bologna.

Il modello tradizionale di crescita economica si è rivelato sempre più insostenibile in un mondo globalizzato. Ed ora si guarda alla cosiddetta economia circolare, una definizione che comprende molte cose. Lei che ha tenuto il primo corso universitario di economia circolare all’Università di Trento cosa ne pensa?

Ci sono tante definizioni di economia circolare, la più efficace, secondo me, è quella di una economia che cambia “verso” da lineare a circolare appunto. Nel senso che il ciclo economico si progetta partendo dalle risorse naturali, che come sappiamo non sono illimitate, e facendo in modo che nel percorso produzione-trasformazione-distribuzione -consumo il rifiuto torni in circolo come materia prima seconda.
È un’economia dove lo spreco viene “abolito” e nella quale si generano gli stessi indicatori del­l’economia lineare – crescita, occupazione eccetera – solo che vengono aggettivati con il termine “sostenibile” che vuol dire il rispetto del tempo nella rigenerazione delle risorse, in particolare quelle naturali: il suolo, l’acqua, l’energia.

Che impatto può avere sul mercato del lavoro italiano?

Se l’economia circolare prendesse piede in modo diffuso, ma in Italia è molto più presente di quello che si pensa, creerebbe nuova occupazione, darebbe vita a lavori diversi e, quindi, nascerebbe il bisogno di una fase di transizione, anche dal punto di vista formativo, per prepararsi ai nuovi ruoli che l’approccio “circolare” richiede.
Si tratta sia di lavori “manuali”, pensiamo ad esempio alla riparazione delle merci evitando la cosiddetta obsolescenza programmata e l’usa e getta, sia di lavori “virtuali” il cosiddetto smart working, con incidenze positive sull’inquinamento ambientale, poiché si riducono gli spostamenti.

Quale dato è particolarmente importante per chi vuole proporre economia circolare?

Più che il dato abbiamo bisogno di cambiare il paradigma culturale e cioè capire che la crescita illimitata non è possibile. Prima o poi si va a sbattere contro un muro. Dobbiamo “cambiare verso” anche mentalmente. Il che non è così automatico.
Il percorso verso la circolarità è tuttavia ineludibile secondo me. Ci arriveremo.

Come s’è avvicinato all’idea di economia circolare?

Sono arrivato all’economia circolare studiando e provando a trovare soluzioni per contrastare lo spreco alimentare. I rifiuti e gli sprechi sono parte integrante del modello dominante di economia lineare. Qualcuno ricorderà le eccedenze agricole – agrumi, pomodori, latte – dell’allora Comunità europea negli anni ’70 e ’80.
Si produceva per distruggere, sostenendo importanti costi economici, ambientali e sociali. Del resto, la produzione di rifiuti è sempre stata considerata legata alla crescita economica: più rifiuti, più crescita. Non è così: nell’economia circolare anche il rifiuto torna in “circolo”.

L’Italia è pronta a cogliere le opportunità dell’economia circolare?

Sì, il pacchetto europeo sull’economia circolare e la normativa nazionale ci pone in una posizione interessante anche per le imprese. Poi alcune regioni, come l’Emilia-Romagna che ha varato da tempo una normativa ad hoc, sono all’avan­guardia.
Siamo noi consumatori ad essere rimasti un po’ indietro. Dovremmo esercitare molto di più il nostro potere d’acquisto andando a premiare i prodotti che vengono dall’economia circolare e che hanno un valore legato alla sostenibilità economica, ambientale, sociale, etica. Tutto è misurabile, dobbiamo informarci ed esercitare per davvero il nostro potere d’acquisto.

copertina libro 1Occorre coinvolgere di più i decisori politici?

Le istituzioni e la politica potrebbero fare molto di più, certamente. Tuttavia siamo noi cittadini che dovremmo renderci conto che la “sostenibilità” e la “circolarità” della nostra società non è soltanto uno slogan, ma piuttosto un modo di produrre e consumare più rispettoso per la nostra salute, per l’ambiente, per il nostro lavoro.
Penso sempre al lavoro nero nei campi, al caporalato ad esem­pio, che deriva fra le altre ragioni da un’insana competizione al ribasso fra le aziende di produzione e di distribuzione. Quando basterebbe pagare qualche centesimo in più quel chilo di pomodori o di agrumi per poter corrispondere un salario adeguato a chi raccoglie nei campi.
È il voto con il portafoglio appunto. Non ci rendiamo conto del nostro potere d’acquisto. La sovranità del consumatore, di cui si parla nei libri d’economia, è stata appaltata al marketing e alla pubblicità.
Noi consumatori invece dobbiamo farci sentire, sensibilizzare, sostenere l’educazione ambientale e alimentare già nelle scuole primarie oltre a promuovere la consapevolezza dell’acquisto.
Invece vogliamo pagare il cibo il meno possibile, senza renderci conto che il cibo cattivo fa male alla nostra salute, all’ambiente e all’economia. Pensiamo solo alla competizione al ribasso che porta al lavoro illegale (un esempio per tutti è il fenomeno del caporalato). Spendere per un nuovo smartphone non è un problema. Ma soddisfa un bisogno “secondario” e non primario come il cibo.

In quali settori l’economia circolare può essere più efficace?

L’adozione di un approccio circolare può dare ottimi risultati in tanti settori, anzi direi che si dovrà applicare a tutto il sistema economico. Pensiamo all’edilizia, ad esempio, dove si può ristrutturare e rigenerare, invece di costruire nuovi edifici, con consumo zero di suolo (il famoso “rammendo” di Renzo Piano).
Dobbiamo rigenerare, riusare, riciclare eccetera, tutti quei verbi con la “r” che ci permettono di “ri”pensare l’economia. Dobbiamo uscire, in altre parole, dalla logica del rifiuto (un’altra “r”) fine a sé stesso.
In questo senso, per i beni di consumo come dicevo prima dobbiamo anche evitare l’usa e getta e l’obsolescenza programmata e ritornare invece alla manutenzione degli stessi.

Il passaggio a un’economia circolare comprende anche la riduzione della plastica, ma il riciclaggio di questo prodotto non tiene il passo con la produzione. Quali interventi intraprendere?

Lo scorso febbraio abbiamo organizzato presso la Fondazione FICO a Bologna il forum internazionale Packaging Speaks Green. Materiali e tecnologie sostenibili per gli imballaggi, compresa la plastica, ci sono già. Ma attenzione a demonizzare il contenitore, se poi il contenuto – cibo o altro bene che sia – non viene prodotto in modo sostenibile.
C’è bisogno di una sorta di alleanza trasversale fra tutti gli attori della filiera, dal produttore al consumatore, per valutare la sostenibilità a 360 gradi. Gli strumenti metodologici ci sono. In Dipartimento ormai da diversi anni valutiamo il ciclo di vita dei prodotti (LCA) dal punto di vista economico, sociale ed ambientale.

Ogni anno 88 milioni di tonnellate di cibo vengono sprecate in Europa. Come intervenire a larga scala sulle perdite alimentari?

Lo spreco alimentare è una questione che riguarda soprattutto il nostro comportamento; dopo venti anni di studio e di applicazione sono abbastanza certo di quello che dico. Il recupero di cibo a fini solidali è un atto meraviglioso perché avviene attraverso il dono ma la domanda che dobbiamo porci è: perché si continua a sprecare? Che rapporto abbiamo con il cibo?
Negli anni abbiamo capito che è una questione di comportamenti sbagliati, spesso inconsapevolmente. Il vero lavoro da fare è sulla prevenzione: bisogna imparare fin da piccoli che il cibo ha un grande valore non solo per una questione etica, perché sprecarlo, moralmente, non va bene; ma anche perché mangiare ha un impatto sulla nostra salute e produrre ha un impatto sull’ambiente e, di ritorno, anche sulla nostra salute.
L’unico modo per uscirne non è solo recuperare, che pure è importante, ma è educare al valore del cibo; siamo il Paese della Dieta Mediterranea patrimonio dell’umanità, abbiamo un patrimonio gastronomico enorme eppure... dimentichiamo il grande valore del cibo! C’è qualcosa che non funziona, un cortocircuito.
Cosa fare allora? Educazione alimentare, educazione alimentare, educazione alimentare.
Che a scuola significa fare anche educazione all’integrazione: infatti abbiamo delle classi multietniche dove il cibo diventa un medium di condivisione, rispetto, reciprocità, identità, storia... cultura insomma.
L’educazione alimentare deve diventare parte della nostra educazione civica. Per fortuna la consapevolezza su questi temi sta aumentando: per esempio abbiamo un dato recente dell’Osservatorio Waste Watcher 2020 che ha registrato un calo del 20% dello spreco domestico misurato in termini di percezione. Una rondine non fa primavera, si tratta comunque di un’inversione di tendenza incoraggiante: il segnale che stiamo cambiando verso!

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