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Mercoledì, 09 Gennaio 2019 22:10

Fare teatro in epoca digitale In evidenza

Intervista a Renzo Sicco, regista teatrale

A cura di Giuseppe De Paoli

Pubblicata sul numero 19/2018 di Reputation Today

L’era digitale sta trasformando anche l’approccio al Teatro. Le nuove tecnologie permettono una più efficace gestione dei documenti, favoriscono le ricerche, aiutano a memorizzare i dati, possono esse usate direttamente nella messa in scena. Come cambia, in questa situazione, il lavoro di regista teatrale, di colui che per definizione è abituato a narrare storie?

Ne parliamo con Renzo Sicco, regista della compagnia Assemblea teatro, autore di oltre cinquanta spettacoli rappresentati in gran parte del mondo, dalla Svizzera all’Etiopia; spettacoli che attingono dalla Storia (come quello su Giordano Bruno, su Neruda, su Pinochet) o da storie che scrive lui stesso o “prende in prestito” riadattandole. da amici scrittori e giornalisti come Luis Sepulveda, Erri de Luca, Gabriele Romagnoli.
Nel corso della sua attività Sicco ha collaborato con Dario Fo, Augusto Boal, Ruth Oppenheim, Lindsay Kemp, Peter Gabriel, Roger Waters e molti altri.
La sua visione appare subito chiara: “La tecnologia conta molto – dice – ma se cerchi di trasmettere delle emozioni forti, non è detto che ti serva. E oggi abbiamo bisogno soprattutto di emozioni sincere”.

Le nuove tecnologie però possono aiutare, soprattutto nel lavoro di ricerca. Quanto è importante la parte relativa alla ricerca per diventare regista?

“La ricerca è utile per stare aggiornati con i cambiamenti del linguaggio e con il progredire di tecnologie sempre più raffinate.
Il teatro attuale infatti cerca, non senza fatica, di rappresentare un mondo che è in continuo mutamento e presenta diversi elementi di discontinuità rispetto alle mutazioni, ben più lente, di altre epoche. Negli ultimi anni infatti il linguaggio ha avuto un cambiamento molto forte ed è ancora in fase di trasformazione (involuzione a volte, per esempio in certo lessico politico): questo cambiamento è un fatto di cui non possiamo non tenere conto.
La ricerca quindi è certamente importante ma, ancora di più, lo è la curiosità: un grande propulsore che ti porta a indagare nuovi punti di vista, che contribuisce a far fluire le idee, aiuta a lavorare con scioltezza.”

Come cambia quindi, in epoca tecnologica, l’impostazione di chi vuol fare il regista?

“Per quanto riguarda assemblea Teatro ci confrontiamo con la tecnologia ma l’idea base è che il recupero di una dimensione artigianale del teatro sia particolarmente espressiva in un mondo in cui siamo tutti iperconnessi tecnologicamente.
Non a caso stiamo proponendo uno spettacolo in cui abbiamo in scena una disegnatrice che dipinge direttamente sulla sabbia: difficile trovare qualcosa di più fluido e semplice al tempo stesso, eppure se guardiamo i volti degli spettatori in quella situazione, li troviamo particolarmente coinvolti, direi affascinati da questi approcci.
Un lavoro di questo tipo può essere molto più evocativo di tanti artifizi tecnologici.”

Ed è singolare in un’epoca in cui la tecnologia acquista sempre più peso.

“Certo, ma dipende da cosa si cerca: la tecnologia può essere utile, ma se cerchi di trasmettere delle emozioni forti, non è detto che ti serva. E oggi abbiamo bisogno soprattutto di emozioni sincere.
Quando sono in viaggio in giro per il Mondo con Assemblea Teatro, mi è successo di provare a mandare delle cartoline (pur potendo usare tranquillamente il telefonino o la mail) e mi sono reso conto di quando sia sempre più difficile trovarle. Ma quando ci sono riuscito e le ho spedite l’effetto e stato grande: quel gesto, apparentemente ‘vintage’, emergeva tra le centinaia di mail che siamo abituati a scambiarci.
Anche far teatro può essere ‘vintage’, faticoso, ma il risultato è molto più significativo tanto più è naturale, come sono naturali le emozioni.
Non dico che bisogna rimanere attaccati al modello elisabettiano o ai Carri di Tespi (teatri mobili di cui si servivano gli attori del teatro nomade popolare ndr), è necessario però far fluire l’emozione e questa nasce soprattutto dall’’autenticità’ del linguaggio (che non sempre si concilia con la tecnica.)
Il teatro è per sua natura artigianale, frutto dell’integrazione di più saperi: scenografia, regia, costumi, suoni, performance degli artisti: l’insieme di questi fattori fornisce una carica di autenticità di grande valore.”

Quali altre doti, oltre alla curiosità, sono importanti per diventare regista?

“Oltre alla curiosità è fondamentale la capacità di intuire e capire le persone con cui si lavora ed una buona dose di pazienza!
Il lavoro d’équipe presuppone rispetto e assunzione di responsabilità nel senso etimologico (abilità nel rispondere) ed è una abilità che va esercitata, soprattutto nei confronti del pubblico.”

Che consigli daresti ad un giovane che vuole intraprendere la professione di regista?

“Di ricordarsi che è un mestiere che assorbe molto, che incide, con i suoi tempi anche nella vita privata e nei nostri ritmi, spesso stravolgendoli.
Chi studia da regista quindi deve mettere in conto anche qualche rinuncia e ricordarsi che un mestiere faticoso, a volte, ma comunque molto bello!”

Un autore che ti ha molto ispirato nel tuo percorso?

“Nel mio caso, essendo legato al teatro di parola, sono stato colpito dalla forza, la coerenza e l’umanità di Luis Sepulveda che, oltre che un grande scrittore, è anche un regista. Di lui abbiamo messo in scena Le rose di Atacama e Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare.”
Un’altra persona che mi ha colpito molto per le sue qualita è Erri de Luca, uno scrittore intenso, potente del quale abbiamo rappresentato, tra gli altri, Dopo aver dato l’assalto ai cieli e Il peso della farfalla. E poi ci sono i tanti autori incontrati nel nostro percorso, ognuno dei quali ha dato qualcosa di proprio, ha lasciato un segno.”

Un aneddoto bizzarro della tua carriera?

“Adesso che si torna a parlare tanto di immigrazione e chiusura delle frontiere mi vengono in mente le nostre tournée teatrali in varie parti del mondo, negli anni in cui le frontiere erano chiuse.
Avevamo a che fare continuamente con controlli severi, attuati da doganieri spesso rigidi e maldisposti, soprattutto in merito ai materiali vari che avevamo sui nostri camion, che spesso venivano considerati ‘strani’, se non sospetti.
Era un tormento: ricordo che quando la tournée s’è rivolta verso i paesi dell’est abbiamo dovuto passare la frontiera spagnola, poi quella francese, quella austriaca, e quella ungherese.
Una volta lì, stremati, contavamo finalmente di scaricare i camion e poi finalmente rilassarci ed invece ci hanno chiesto, imposto, di rappresentare – quella stessa sera – l’intero spettacolo che era destinato a 3 persone che componevano la commissione di censura! Volevamo scappare, ma abbiamo dovuto esibirci!

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