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Mercoledì, 09 Novembre 2016 17:34

Con il digitale nuovi modelli di business per imprese e manager

Intervista a Elio Catania, Presidente Confindustria Digitale
A cura di Reputation Agency
Pubblicata sul numero 11/2016 di Reputation Today

Presidente, a che punto siamo con il digitale in Italia? C’è un gap da colmare rispetto ad altri Paesi?


“Deve essere chiaro che quando si parla di digitale non c’è semplicemente in gioco una nuova tecnologia o le istanze del settore Ict. La prospettiva che abbiamo di fronte è di riprogettare il Paese in termini più competitivi e produttivi rilanciando e orientando gli investimenti pubblici e privati verso l’innovazione. Le tecnologie di Internet esprimono le loro enormi potenzialità attraverso un’economia di rete, dove tutto è interconnesso e i confini fra settori sono sempre più labili. Digitalizzazione, quindi, non è un tema tecnologico, ma di visione e di strategie che sempre più spesso si rivelano “disruptive” degli asset esistenti e che innovano completamente il modo di fare impresa, i modelli di business, le competenze, il modo di concepire ed erogare i servizi pubblici. Siamo in ritardo, lo sappiamo, ma non vi è dubbio che negli ultimi mesi il Paese si sia svegliato. Si è diffusa, nella leadership pubblica e privata, la consapevolezza che trasformazione digitale, incremento di competitività e produttività, crescita economica sono processi che si identificano e si influenzano reciprocamente. Ormai si avverte l’urgenza di intervenire, di passare dalle agende e programmi alla fase esecutiva di progetto. Le cose, dunque, si sono messe in movimento su molti fronti, ma bisogna riconoscere che ancora siamo lontani dalla velocità, la coerenza, l’efficacia e la determinazione necessari per superare il gap di circa 25 miliardi di euro l’anno di mancati investimenti in innovazione digitale, che ci separa dalla media europea e continua a penalizzare le nostre capacità di crescita.”


Come si stanno preparando le imprese italiane per lo scenario “Industria 4.0” in cui la produzione industriale è interamente automatizzata e interconnessa?


“Con il piano del Governo Industria 4.0 per la prima volta il Paese si è dotato di una politica industriale basata sull’innovazione. E questo è un passaggio fondamentale che ora, come sistema delle imprese, siamo impegnati, a scaricare nei territori per aiutare le Pmi a cogliere le nuove opportunità. Abbiamo iniziato a girare l’Italia con un roadshow centrato su Impresa 4.0. Ovvero incontri per far capire a imprenditori e manager come trasformare le aziende attraverso le tecnologie digitali, come cambiare il modo di fare business e diventare più competitive. Siamo partiti da Ancona, passati per Ivrea, poi saremo a Belluno, Pordenone, La Spezia, Cagliari, Catania, ecc. Entro il 2017 faremo oltre 25 tappe. Allo stesso tempo stiamo coordinando la realizzazione sul territorio dei Digital Innovation Hub: sedi fisiche e virtuali a dimensione regionale in cui le Pmi troveranno i canali di accesso alle informazioni, alle risorse e agli incentivi, alle tecnologie, alle competenze, i contatti con le start up. Associazioni industriali territoriali, università e centri di competenza, centri di ricerca pubblici e privati, parchi scientifici e poli tecnologici, cluster, incubatori, start-up e FabLab, imprese di ICT, istituti di credito e investitori privati, regione ed enti locali, lavoreranno in rete per dar vita ai DIH. I primi DIH si stanno avviando a Torino, Milano, Roma, Napoli, Bari, Catania, Venezia, Pordenone, ma vogliamo arrivare ad almeno quindici entro il 2017. Ogni singola impresa italiana deve poter trovare nel territorio un ecosistema innovativo di sostegno e i riferimenti giusti per intraprendere la propria roadmap di trasformazione digitale. Nostro obiettivo è far si che la manifattura, punta di eccellenza del nostro sistema economico, rinnovata e rivitalizzata in chiave Industria 4.0, passi dall’attuale 15% di contributo al Pil ad almeno il 20%, trascinando verso la crescita l’intero Paese”.


Come vede il rapporto tra pubblico e privato in questo contesto di espansione digitale?


“Il Paese va ridisegnato e per questo compito la collaborazione fra pubblico e privato è un fattore indispensabile. Perché nessuna parte ce la può fare da sola, ovviamente nel rispetto dei diversi ruoli e responsabilità. Industria 4.0. sarebbe sforzo vano se non trovasse nella Pubblica amministrazione un’analoga metamorfosi. Una Pa 4.0 vuol dire accorciamento dei tempi, semplicità, efficienza, qualità, trasparenza. Per questo stiamo lavorando alla nascita di forme innovative di partenariato pubblico-privato sui grandi progetti di trasformazione individuando adeguati modelli di gestione, nuove modalità contrattuali e di suddivisione del rischio. L’obiettivo è supportare lo Stato nel cambiamento culturale e degli assetti organizzativi, per consentire ai vari uffici e Pa di lavorare in modo integrato ed efficace, usando al meglio le nuove tecnologie: dal cloud ai Big Data, alle soluzioni in mobilità, alla cybersecurity, all’Internet delle cose, ecc”.


Con il digitale si stanno sviluppando diverse nuove professioni. Quali sono secondo Lei quelle di cui le aziende, oggi, non possono fare a meno?


“Ci mancano data scientist, web analyst, web designer, robot cooperative manager, big data analyst, security analyst, web marketing manager, ecc. Oggi vi sono 24 professionalità operanti nel Web codificate dalla norma Uni. Avremmo dovuto iniziare a formarle sei anni fa. Ora siamo costretti a inseguire con affanno l’evoluzione dell’innovazione digitale mentre cambiano velocemente i modelli di business, si generano nuovi prodotti e servizi, si modifica radicalmente l’organizzazione del lavoro all’interno dell’impresa. Sappiamo che il 50% dei lavori attuali subirà cambiamenti. Questo significa formazione dei giovani, ma anche riqualificazione dei lavoratori.
È necessario che tutti i livelli della formazione, primaria, secondaria e terziaria siano orientati a favorire la diffusione di competenze digitali. Gli Istituti tecnici superiori devono essere valorizzati. L’idea è quella di assegnare ad ognuno degli oltre 80 Its sul territorio nazionale la realizzazione di un percorso formativo su una specializzazione digitale specifica.
Anche le imprese dovranno investire nella formazione digitale dei propri lavoratori coinvolti in tutti i settori della fabbrica, non solo a quelli attualmente a maggior valore aggiunto. Come sistema Confindustria siamo impegnati a realizzare piani formativi dedicati al digitale attraverso l’attività dei fondi bilaterali , Fondimpresa e Fondirigenti. L’idea è quella di erogare corsi specifici in base a un syllabus condiviso di competenze digitali – realizzato sulla base dell’e-CF, il framework di riferimento europeo diventato norma UNI - anche attraverso i Digital Innovation Hub, luogo ideale di cerniera e sostegno alle PMI che vogliono accedere ai bandi per i programmi formativi
La vera, per certi versi nuova, sfida del Paese consiste nell’intervento nel mondo del lavoro, di tutti i lavori, dove la capacità elementare di uso del computer non basta e il possesso professionale della tecnologia può essere un surplus, ma serve l’attitudine al cambiamento accompagnata dalla consapevolezza che il digitale può esserne una formidabile leva. Non che tutti i lavoratori debbano diventare degli “e-leader”, ma a tutti, che siano occupati nel pubblico o nel privato, deve essere fornita la strumentazione culturale digitale necessaria. La cultura digitale e le competenze di base devono diventare un patrimonio comune. Si tratta di un’azione capillare, endemica, virale e deve cominciare dalla scuola”.


Piano Nazionale Scuola Digitale, alternanza scuola lavoro: in che modo il mondo imprenditoriale e quello della scuola possono collaborare fattivamente?


“L’alternanza scuola lavoro rappresenta una grande opportunità per delineare percorsi formativi più orientati al mercato del lavoro e al rafforzamento delle competenze sull’innovazione. Qui la collaborazione tra pubblico e privato è fondamentale.
La Federazione è impegnata a realizzare iniziative sul tema del digitale in partnership con il MIUR e con gli uffici scolastici regionali sul territorio. L’obiettivo è fornire cultura e competenze digitali a tutti gli studenti del triennio di tutte le scuole secondarie superiori, licei e istituti tecnici, nell’ambito di progetti di Alternanza Scuola Lavoro. In quest’ambito verranno affrontati sia i fondamenti basilari, che quelli relativi alle tecnologie emergenti dello IoT, del Cloud, Mobile, Robotica, big data, che potrebbe diventare l’anticamera di competenze professionali. Infine pensiamo anche a focus specifici sull’uso delle tecnologie digitali in settori strategici per il Paese come, ad esempio, i beni culturali, l’ambiente, la manifattura ecc.
Il punto di forza dell’iniziativa sta nella possibilità di trasmettere ai ragazzi l’importanza dell’impatto che una buona cultura digitale offre sulle loro opportunità di lavoro e su come questo arricchimento li renda, agli occhi delle aziende, un vero investimento sul futuro”.
Investire nel digitale significa anche investire in reputazione?
“Senza dubbio. Nell’era di Internet la reputazione è un vero fattore di creazione del valore. A differenza del passato, in cui la reputazione era un concetto affidato alla memoria collettiva, alla tradizione, ora, paradossalmente, è diventata una rappresentazione non virtuale ma concreta. Poiché oggi tutto è scritto ed facilmente accessibile online da chiunque. Valore del brand e reputazione sono strettamente collegati. Aziende, istituzioni, organizzazioni pubbliche e private si confrontano con la reputazione quotidianamente. Le società di maggior reputazione attirano più investimenti. Le città con la più elevata reputazione attirano più turisti e business, i consumatori scelgono prodotti che hanno una buona reputazione, ecc. Investire in reputazione costituisce dunque per aziende e istituzioni un asset strategico che si traduce in un importante vantaggio competitivo”.

 

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