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Giovedì, 25 Gennaio 2018 15:23

Internet of Things: gli oggetti intelligenti per il nostro domani

Intervista con l’On. Stefano Quintarelli, Intergruppo Parlamentare per l’Innovazione

A cura di Giuseppe De Paoli

Pubblicata sul numero 15/2017 di Reputation Today

Si sente sempre più spesso parlare dell’Internet of Things (Internet delle cose) ma pochi sanno bene cos’è, quali opportunità e quali rischi presenta. Ne parliamo con Stefano Quintarelli, informatico, imprenditore nel settore Tlc, deputato appartenente all’Intergruppo Parlamentare per l’Innovazione (che comprende Deputati e Senatori di diverse forze politiche accomunati dall’impegno per favorire lo sviluppo tecnologico dell’Italia).

Anzitutto una definizione: cosa si intende per Internet of Things?

“Per capire Internet of Things è utile ripartire dalla domanda chiave: cos’è un computer? Un computer è una macchina con capacità di calcolo, archiviazione, elaborazione: capacità che vengono sviluppate sempre di più, per cui queste macchine diventano sempre più ‘intelligenti’.
Internet of Things è il prodotto della evoluzione di questo processo: gli oggetti di uso quotidiano vengono messi in comunicazione – grazie alla rete – e possono non solo elaborare dati, ma scambiarli con altri dispositivi, creando conseguenze importanti sul mercato del lavoro e la società in genere. Naturalmente la crescita degli oggetti in rete fa aumentare anche le relazioni tra chi li utilizza, determinando un panorama complesso ma molto interessante.”

Quali sono i settori lavorativi che avranno maggiori vantaggi dalla diffusione dell’IoT?

“L’Internet of Things sta entrando lentamente, ma con forza, nell’intero mercato del lavoro (industria, commercio, banche ecc.) e sta determinando un cambiamento notevole con conseguenze importanti dal punto di vista economico, sociale, culturale. Si tratta di un processo in fase iniziale, ma destinato ad aumentare decisamente di peso.”

Questo processo creerà nuove competenze e nuovi posti di lavoro ma ne metterà in discussione degli altri – non sempre sarà possibile riqualificare il personale. Quali lavoratori saranno più a rischio in questo percorso?

“Principalmente la diffusione dell’IoT comporterà un guadagno d’efficienza spingendo la produttività e aumentando la possibilità di scambio, condivisione collaborazione. Certo potrebbe incidere sull’occupazione, soprattutto nei casi di chi fa lavori molto ripetitivi, facilmente replicabili e sostituibili, come ad esempio quello di chi controlla i documenti nel BackOffice di una assicurazione.
Saranno favoriti invece coloro il cui lavoro prevedeva, già in partenza, una attività flessibile e varia comprendente diverse mansioni: parlo di rappresentanti, addetti alla vendita, responsabili HR; ci saranno inoltre forti opportunità per chi si è formato sulle nuove competenze.”

Lo sviluppo di IoT genererà una gran quantità di dati e creerà rischi per la privacy e la sicurezza. Quali sono questi rischi e come andranno gestiti?

“I rischi sono quelli derivanti da un grande accumulo di dati relativi ai nostri comportamenti, che possano essere usati da malintenzionati. Parafrasando un noto fumetto, dai big data (ingente insieme di dati prodotti da persone e cose connesse con la rete) derivano grandi responsabilità.
Sul tema privacy e sicurezza vanno coinvolti i consumatori che devono essere sensibilizzati sui giusti comportamenti: per esempio, banalmente, chiedendo loro di evitare l’uso di password deboli e replicate in diversi account o di evitare d’ aprire incautamente le mail sospette.
Naturalmente sarà importante il ruolo delle imprese, che già propongono strumenti ad hoc per la sicurezza, mentre dal punto di vista amministrativo e politico l’UE ha già varato e continuerà a varare norme specifiche sul tema.”

La normativa attuale è sufficientemente chiara sui diritti e i doveri di chi usa i dati generati dall’IoT?

“Un quadro normativo chiaro esiste già. Le regole ci sono e, naturalmente, vanno aggiornate in base alle evoluzioni del settore. Ci sono buone norme a difesa dei dati personali, che sono contemplate dai nuovi regolamenti UE; le aziende sono tenute a rispettare determinate azioni per la sicurezza; la raccolta dei dati è controllata.
Recentemente inoltre l’UE ha varato nuovi stringenti direttive sul tema sicurezza, che devono essere applicate entro il primo semestre 2018. Va anche detto che le regole sono vissute da alcuni come fastidio, mentre sono assolutamente necessarie in questo nuovo panorama sempre più interconnesso.”

Chi controllerà davvero l’uso degli oggetti?

“Questo è il punto cruciale. Internet s’è sviluppato in ambito universitario con protocolli e regole di comunicazione chiare. Oggi, in assenza di regole nuove e condivise, Internet s’è sviluppata soprattutto con server centrali. La politica dovrà decidere se vanno bene i server centralizzati, gestiti da fornitori totalmente dominanti sul rispettivo mercato, o se non è meglio che ci siano più gestori, in concorrenza tra loro, che garantiscano insieme il controllo dei dati, a vantaggio della sicurezza complessiva. Vogliamo che i dati siano in mano ad un solo gestore o che ci sia reale concorrenza? Personalmente non ho dubbi: sono a favore della concorrenza, sono molto netto su questo punto che ritengo cruciale.”

 

Occorre cominciare l’educazione digitale già coi bambini che sanno ‘smanettare’ con grande facilità ma non sempre hanno consapevolezza piena del mezzo; hanno buona manualità con gli strumenti ma scarsa conoscenza della realtà della vita.

 

Un altro punto cruciale è l’importanza di una cultura informatica condivisa, a partire dalle scuole ove vanno integrati i piani educativi in uso. È d’accordo?

“Sono talmente d’accordo che sono stato tra i promotori del piano nazionale sulla scuola digitale, a cui ho lavorato fin dall’inizio. Occorre cominciare l’educazione digitale già coi bambini che sanno ‘smanettare’ con grande facilità ma non sempre hanno consapevolezza piena del mezzo; hanno buona manualità con gli strumenti ma scarsa conoscenza della realtà della vita. Occorre sensibilizzarli su alcuni rischi a cui potrebbero essere esposti e fare in modo che usino le moderne tecnologie curando la propria sicurezza e quella altrui.
È importante inoltre che la formazione coinvolga anche gli insegnanti e, quando possibile, i genitori per affrontare consapevolmente le sfide e le opportunità della società della conoscenza. Sono elementi che ritroviamo in “Programma il Futuro”, progetto del MIUR, in collaborazione con il CINI – Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica – che appoggiamo con convinzione”.

Lei ha più volte sollecitato la creazione di un Ministero ad hoc per il digitale. Ora i tempi sono più maturi?

“Sarebbe fondamentale, perché aiuterebbe a cambiare la sensibilità, quella reale non quella dichiarata, della classe politica. Molti politici sono sensibili alla perdita del gettito fiscale, alla reputazione, a tanti altri temi: sono molto meno attenti invece alle tematiche digitali, soprattutto quelle relative alla concorrenza ed all’uso dei dati. Occorre una nuova classe dirigente più impegnata su questo tema. Perché questo tema è cruciale per il futuro del Paese”.

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